Cassa integrazione 'sparita', negozi ancora chiusi e soldi mai arrivati: la crisi dopo il Covid

Le imprese rispondono a un sondaggio di Confcommercio. E i risultati non sono incoraggianti

Un'azienda su due ancora senza cassa integrazione. Richieste, per ora cadute nel vuoto, di indennizzi a fondo perduto. E il 50% dei piccoli imprenditori che non sa se riaprirà mai più la propria attività. È il quadro, triste, della crisi post Coronavirus, che ha messo a dura prova il tessuto economico e produttivo di regione Lombardia, per distacco la regione colpita più duramente dall'epidemia. 

Quasi mille imprese hanno risposto a un sondaggio di Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza e il "racconto" che ne esce non sembra affatto incoraggiante. Il problema più grande, a metà giugno, resta ancora la cassa integrazione per i dipendenti: il 48% delle imprese del terziario - stando a quanto riporta l'associazione - non ha ancora ricevuto i soldi "a tre mesi dall’inizio del lockdown". 

A Milano in 50mila ancora senza cassa integrazione

Tra chi non riapre e chi chiede i soldi

E non tutti, inevitabilmente, sono riusciti a ripartire. "A più di un mese dall’avvio della Fase 2 ha riaperto il 64% delle attività, il 21% non l’ha mai sospesa, ma il 15% delle imprese non ha ancora ripreso il lavoro. Fra chi non ha ripreso l’attività la maggioranza, il 51%, prevede di aprire nei prossimi mesi, mentre il 49% non sa se potrà riaprire, 37% o se dovrà chiudere definitivamente, 12%", l'amara constatazione di Confcommercio. 

"Resta fortemente negativo il giudizio sugli aiuti previsti attraverso i vari provvedimenti governativi non ritenuti sufficienti dal 90% degli intervistati - spiegano dall'associazione -. Il 78% ha usufruito di un qualche sostegno: soprattutto gli indennizzi di 600 euro di marzo e di aprile mentre il 32% ha ottenuto un finanziamento bancario fino a 25mila euro. Il 65% delle imprese indica come prioritaria l’erogazione di contributi a fondo perduto, il 18% la riduzione del costo del lavoro e il 12% lo spostamento delle scadenze fiscali a fine anno".

Il "problema" sicurezza

Tra chi ha aperto la speranza è che i clienti inizino ad arrivare. "L’affluenza è stata del 70% per il dettaglio alimentare, del 54% per i servizi alle imprese, del 51% per distributori carburanti e ingrosso alimentare, del 47% per il commercio di autoveicoli, del 46% per il dettaglio non alimentare, i trasporti e la logistica. Servizi alla persona 33%, ristorazione 31% mentre ai minimi restano le agenzie di viaggio, 8%, e gli alberghi, 6%", secondo i dati elaborati da Confcommercio.  

Pochi clienti, inevitabilmente, vuol dire pochi ricavi anche se ci sono nuove spese da sostenere per rispettare tutte le norme anti Covid. "Il 93% delle imprese ha potuto garantire i livelli di sicurezza richiesti: un dato in crescita rispetto alla precedente rilevazione di un mese e mezzo fa, 83%. Per il 59% delle imprese - sottolineano dall'associazione - l’applicazione di queste misure non è però compatibile con l’esigenza di realizzare un volume di ricavi sufficiente a coprire i costi". 

“Dopo quattro mesi dall’inizio dell’emergenza Covid-19 permane una forte difficoltà per le imprese del terziario - il commento di Marco Barbieri, segretario generale di Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza -. In particolare quasi la metà delle aziende non ha ancora ottenuto alcun ammortizzatore sociale per i propri dipendenti. I contributi a fondo perduto sono la misura più richiesta e urgente, ma solo da inizio settimana prossima saranno disponibili i modelli dell’Agenzia delle Entrate per poterli ottenere. E tutto questo a quasi un mese dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del Decreto Rilancio. Le imprese chiedono inoltre con insistenza una sospensione fiscale sino a fine anno. Sulle tasse locali, ad esempio, bisogna essere molto più coraggiosi". 

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"In una situazione di crisi ancora drammatica è fondamentale una svolta immediata per evitare danni irreparabili al sistema delle imprese – l'auspicio del presidente Carlo Sangalli – con conseguenze imprevedibili per la tenuta sociale del Paese”.
 

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