"L'uomo delle focacce", che portava la droga in carcere

Un Assistente Capo d Polizia Penitenziaria in servizio al carcere di Monza è stato arrestato dai carabinieri che hanno portato alla luce un giro di spaccio all'interno della casa circondariale. L'uomo è finito nei guai anche per le finte malattie

Tutto è iniziato dal ritrovamento di una scheda telefonica all'interno del carcere di Monza attraverso cui i detenuti effettuavano comunicazioni con l'esterno non autorizzate.

E' così che i carabinieri del Nucleo Investigativo di Milano, con la preziosa collaborazione della polizia penitenziaria, hanno iniziato nel marzo dell'anno scorso a indagare su un presunto giro di spaccio in cella dopo il ritrovamento di alcune dosi di hashish. Dagli accertamenti e dalle intercettazione è emerso che all'interno della casa circondariale del capoluogo brianzolo P.S., detenuto italiano di 33 anni, insieme a un Assistente Capo del Corpo della Polizia Penitenziaria, F.M., 40enne, riforniva i detenuti di droga.

Venerdì mattina per l'agente di Polizia Penitenziaria sono scattate le manette a Barletta, dove l'uomo è stato raggiunto da un'ordinanza di custodia cautelare in carcere per truffa aggravata, falso ideologico, corruzione in concorso e spaccio di droga in concorso con un detenuto, emessa dal Gip del Tribunale di Monza. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti l'agente, grazie ai contatti del detenuto, si procurava la droga e la portava all'interno del carcere per smerciarla. Con cadenza mensile o bimensile il detenuto riceveva un panetto di hashish di circa 100/150 grammi grazie alla complicità dell’Assistente Capo corrotto e, dopo aver tenuto parte della droga per sè, rivendeva il resto ad altri detenuti.

La droga che l'agente corrotto riusciva a far entrare in carcere veniva procurata dai parenti del detenuto complice che ricevevano il 40enne all'interno del loro panificio di Quarto Oggiaro. "L'uomo delle focacce", così era chiamato in codice l'agente di polizia penitenziaria, si presentava all'interno dell'esercizio commerciale e a lui i parenti del detenuto consegnavano il denaro necessario ad acquistare lo stupefacente. Quando la consegna poi era andata a buon fine e la droga era arrivata al destinatario in carcere, il 33enne forniva all'uomo delle focacce la parola in codice attraverso cui poteva andare a riscuotere la sua parcella, pari a 300 euro.

Nel corso dell'indagine però a carico dell'agente penitenziario è emersa anche l'accusa di truffa aggravata e di falso ideologico perchè in meno di due anni, dall'inizio del 2013 alla fine del 2015, si è assentato dal lavoro per recarsi in Puglia dalla famiglia attraverso l'esibizione di cinquantatre falsi certificati medici, godendo di oltre 500 giorni di malattia complessivi. 

Nella truffa aggravata sarebbe coinvolto anche un medico di famiglia monzese che, al contrario di altri suoi tre colleghi, ha rilasciato i certificati con la consapevolezza della “finta” malattia. La sua posizione è al vaglio dell’Autorità giudiziaria e al momento il professionista risulta indagato a piede libero.

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