Stermina la famiglia col tallio, Mattia Del Zotto viveva in un mondo suo come un "hikikomori"

Viveva tutta la sua vita davanti al computer: non aveva contati diretti con il mondo esterno

Disegno di Hikikomori Italia/Fb

Isolato. Senza nessun contatto con il mondo esterno. Meglio: la sua unica finestra sull'universo era il computer e davanti al monitor passava quasi tutta la sua giornata. Gli inquirenti hanno descritto Mattia Del Zotto, il presunto autore dell'omicidio col tallio, come un esperto di informatica: sapeva come muoversi con il computer e cancellare ogni indizio. Prima avrebbe cercato di procurarsi dell'arsenico poi, proprio perchè l'impresa avrebbe messo a rischio il suo anonimato, ha optato per il solfato di tallio.

Così ha creato una casella di posta elettronica con un nome falso: Davide Galimberti. E poi — con grande esperienza — riuscendo a nascondere ogni traccia, ha preso i contatti con un'azienda di Padova e ha acquistato sei flaconcini di veleno. Aveva cancellato tutti i collegamenti "scomodi", ma ha dimenticato la bozza di una email in cui sollecitava la ditta a fargli arrivare il metallo pesante, preoccupandosi che non gli venisse addebitata due volte l’Iva. Parole che sono state lette dai carabinieri e per lui, nella giornata di giovedì 7 dicembre, sono scattate le manette. È ritenuto responsabile del triplice omicidio della zia Patrizia Del Zotto e dei nonni paterni Giovanni Battista Del Zotto (94 anni) e Gioia Maria Pittana (91 anni) e cinque tentati omicidi. Gesti che, secondo alla ricostruzione degli inquirenti, sono stati premeditati ed eseguiti "a mezzo somministrazione di solfato di tallio".

Un solo errore che gli è stato fatale. Il motivo degli avvelenamenti? "L'ho fatto per punire i soggetti impuri", ha spiegato il 27enne ai carabinieri, sguardo freddo e senza alcuna emozione nelle sue parole.  "Non saprete mai perché l'ho fatto — ha aggiunto — non voglio collaborare con la vostra istituzione o con altre istituzioni di questo Stato". E ancora a chi gli ha chiesto dell'avvocato: "Non ho bisogno di altre persone che parlino al posto mio. Scegliete dall'elenco del telefono la persona che più vi aggrada". 

Forse un hikikomori

Mattia era un ragazzo chiuso in sé stesso, con zero contatti con il mondo esterno. Una figura che, a tratti, ricorda un fenomeno: quello degli hikikomori, una parola giapponese coniata da Tamaki Saito, che si riferisce a individui — di solito adolescenti maschi — che hanno scelto di ritirarsi dalla vita sociale e si rifiutano di avere contatti diretti con il mondo esterno. Il condizionale è d’obbligo: “I contorni della vicenda non sono ancora chiari, ma sì: Mattia potrebbe essere un hikikomori —spiega Marco Crepaldi, fondatore di Hikikomori Italia, interpellato da MonzaToday —. Ovviamente mancano ancora alcuni elementi per poterlo affermare con certezza”.

hik

In passato ci sono stati casi di hikikomori che si sono sporcati le mani col sangue, quasi sempre in Giappone. "Sono episodi che hanno generato un grande clamore mediatico— continua Crepaldi —. Erano hikikomori, ma si tratta di circostanze estreme e probabilmente generalizzare è complesso. L’omicidio è comunque un’eccezione, non una prassi. Sono più comuni, invece, gli episodi di violenza domestica, spesso nei confronti dei genitori: gli hikikomori soffrono la loro presenza all’interno della loro vita e della casa — precisa Crepaldi —. Parafrasando, si tratta di casi molto simili alla violenza domestica, fenomeno molto comune anche in Italia". 

E in Italia ci sono i primi fenomeni di hikikomori. "Attualmente, secondo alcune stime degli psicoterapeuti ce ne sono circa centomila — conclude Crepaldi —. Sono ragazzi tra i 14 e i 25 anni, tutti molto giovani perché nel nostro paese è appunto un fenomeno 'giovane': sta colpendo la prima generazione. In Giappone, invece, ci sono anche casi che riguardano persone più anziane, fino ai 40 anni. Sono gli hikikomori di seconda generazione, ragazzi che non sono ancora riusciti a vincere questo disagio".
 

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