Gerno di Lesmo: il presidio Yamaha smobilita dopo due anni

Firmata l'intesa, nei prossimi giorni spariranno gli striscioni. Cominciò più di due anni fa sul tetto del'azienda la protesta contro la multinazionale."Ma nessuno di noi è stato ricollocato"

Un'immagine del presidio di fronte alla Yamaha di Gerno, a Lesmo

E' finita.  Domani arriverà il camion, dopodomani si sbaracca del tutto.  Durava dal 16 dicembre del 2009, due anni e 75 giorni la protesta dei lavoratori Yamaha a Gerno di Lesmo Cominciata sul tetto, è proseguita con un presidio di fronte ai cancelli. La settimana scorsa è stato raggiunto un accordo con la multinazionale giapponese dei motori nella sede dell'Associazione Industriali:  i legali delle parti hanno siglato un'intesa che prevede un incentivo all'esodo e lascia aperta  per gli operai la possibilità di  proseguire una seconda azione legale nei confronti dell'azienda, accusata di aver selezionato i dipendenti a cui riservare un trattamento di favore in uscita.  Ma non c'è soddisfazione per quella che dovrebbe essere la fine di un incubo.

Ormai faceva parte del paesaggio quel nugolo di bandiere e striscioni, coloratissimo e in contrasto con il verde curato della rotonda poco distante. Un angolo di confusione in Brianza, nell'ordinata Brianza in cui si preparavano le moto di Valentino Rossi, quando vinceva. Nessuna vittoria invece per le 17 persone rimaste al freddo e al caldo per portare avanti la classica battaglia di Davide contro Golia.  "L'accordo c'è stato, ma non ha vinto nessuno  - ripete Angelo Caprotti, 53 anni, 38 di servizio, una moglie, anche lei  in Yamaha, anche lei in cassa - Andare avanti è lo stesso dura. Prenda me.  Fino a poco fa con la mobilità avrei raggiunto i requisiti per la pensione. Ora con la riforma del governo sono costretto a cercarmi un lavoro. Ma alla mia età,  chi me lo dà,  con la carriera sindacale che ho alle spalle per giunta ? Sono cose che si sanno da queste parti, uno come me è un problema, anche se ha lottato per cause giuste".  E si ferma un momento  per sentire la reazione di chi sta dall'altra parte del telefono.  Un reazione che non può esserci perché le storie sono tante in questo periodo, e si assomigliano tutte. Anche il cronista si sente in colpa.


Se non altro,  il mese prossimo dovrebbero arrivare gli 8.000 euro di incentivo all'esodo, frutto dell'intesa. Ma il futuro resta incerto. "Siamo stati abbandonati da tutti, dalla politica, e persino dai sindacati come la CIsl, che hanno firmato un lodo prefettizio a luglio sulla testa dei lavoratori" riprende Angelo.  "Nessuno di noi è stato ricollocato: nessuno, nonostante l'accordo firmato due anni orsono al ministero promettesse una nuova sistemazione lavorativa". Si tira avanti come si può e si spera in un'altra causa contro l'azienda che potrebbe portare un'altra decina di migliaia di euro, in caso di vittoria: l'avvocato dice che  è possibile, ma dipenderà dal giudice.

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Dopo l'accordo e dopo più di due anni hanno deciso di smobilitare. Sono stanchi. "Ma con la coscienza a posto. Ci abbiamo provato fino in fondo". Parole che hanno un retrogusto amaro. Chissà se fra qualche mese ci risentiremo. E se potremo raccontare che  questa storia è finita davvero.

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