"The Golden Path", la mostra di Simone Bergantini al Mac di Lissone

Diceva bene Adam Phillips: un applauso prolungato rischia di diventare inquietante. Non meno preoccupante è il "furore premiatorio" a cui nessuno può più sfuggire; quel sano agonismo, quel desiderio di primeggiare attraverso l'abnegazione e la fatica, pare sia stato mortificato dalla grande pletora di elogi e approvazioni che hanno trasformano le (troppe e futili) vittorie in un eccesso di vanagloria.

Di contro all'imperante edonismo della nostra società, che celebra il culto della bellezza e ci condanna inesorabilmente all'atrofia mentale, The golden path è un ideale percorso di fitness disseminato di sculture che sottopongono il fruitore a uno sforzo d'attenzione e concentrazione . Inizialmente sviluppato sotto forma di manuale d'istruzioni, con disegni tecnici che illustrano le fasi d'assemblaggio di giunti ed elementi modulari, The golden path può essere concepito alla stregua di un progetto Open source.

A beneficiare di questi esercizi non saranno però i nostri corpi, bensì le nostre facoltà cerebrali; le strutture ginniche ideate da Bergantini in collaborazione con lo studio di architettura KUR-MAC risultano infatti troppo esili e preziose per soddisfare un utilizzo pratico, discrepanza che si riscontra anche negli ambienti ad esse riservate, ossia le sale museali, avulse all'espletamento di qualsivoglia attività fisica.

Allo sfavillio dell'oro 24k, che imperla le strutture metalliche, si contrappone invece la grisaglia della sequenza fotografica che immortala una serie di trofei, decostruiti e ricomposti dall'artista in totale libertà, assecondando un'estetica minimalista che ammicca sia all'eros sia al thanatos. Ridotti alla bidimensionalità, i premi risultano inconsistenti e svuotati del loro prestigio. Di più: sono stati convertiti da simboli in stereotipi, intenzionalmente schierati su un'unica linea d'orizzonte che ne mette in evidenza la forma asettica e anonima.

Giocando sulla dicotomia tra spazio reale e virtuale, Bergantini ci rende partecipi di un allenamento culturale (che è anche un "simulacro inverso" della collettività che ci circonda) per riscoprire le virtù della mente, e non più solo quelle del corpo.

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