Giovedì, 24 Giugno 2021
Animali

Educazione cinofila: la nostra intervista ai responsabili di Rolling Dogs

Matteo e Ilari, i responsabili di Rolling Dogs, ci hanno portato alla scoperta dell’educazione cinofila

Il rapporto che si crea tra cane e proprietario è senza dubbio speciale, soprattutto quando ci sono il rispetto reciproco e una conoscenza approfondita. L’uno può diventare il punto di riferimento dell’altro e per rendere la relazione appagante e duratura non deve mai mancare la fiducia.

Come sappiamo, il cane è uno degli animali più socievoli e un rapporto profondo col suo proprietario lo aiuta a integrarsi ancora meglio, mentre per l’uomo è l’occasione giusta per diventare più responsabile e sviluppare una sensibilità particolare.

Non sempre siamo all’altezza di intuire i sentimenti e i desideri del pet, in molti casi è utile rivolgersi a degli educatori che sappiano farci crescere e intraprendere il giusto percorso.

Tra queste realtà c’è Rolling Dogs, struttura che ha sede a Fara Gera d’Adda (Bergamo) e che si occupa di educazione cinofila, consulenze alimentari, passeggiate di gruppo e ospitalità dei cani. A gestirla sono Matteo Baldi e Ilari Facchinetti a cui abbiamo deciso di porre alcune domande per capire meglio la loro attività e il mondo educativo cinofilo.

Matteo, Ilari, potete spiegarci quali sono i valori di Rolling Dogs?

Rolling Dogs è nato dalla nostra esigenza di voler entrare nel mondo cinofilo e poter dare il nostro contributo, insomma lasciare la nostra impronta. Entrambi volevamo concretizzare in un lavoro la nostra passione per i cani e divulgare a più persone, non solo chi si rivolge a noi, il nostro metodo di educazione. Per noi al primo posto c’è il benessere del cane in tutti i suoi aspetti, come ad esempio l’esigenza di pensione per le vacanze del proprietario che nel nostro caso arriva dopo un percorso da costruire per far sì che il cane si senta a proprio agio in un ambiente che conosce e di cui si fida. In questo modo non patisce l’assenza della sua famiglia. Inoltre, siamo felici di poter dare consulenze alimentari per il benessere fisico e psicologico del cane.

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Voi siete degli esperti educatori cinofili. La figura del cane è entrata sempre più a far parte delle nostre vite, ma la considerazione nei suoi confronti è stata sempre la stessa nel corso degli anni?

Ogni relazione che intercorre tra l’uomo e qualsiasi animale è stata vista sempre da un lato umano. Questo ha portato negli anni ad analizzare gli animali senza cercare un’interpretazione più profonda di quello che si osservava. Fino agli anni '80 vi era una difficoltà fra gli addetti ai lavori nel riconoscere ai cani la possibilità di provare emozioni, mentre con il passare del tempo diversi studi scientifici hanno dimostrato che possono provare sensazioni primarie simili alle nostre, anzi possiamo pensare che abbiano sentimenti a noi sconosciuti e che forse noi umani non saremo mai in grado di provare.

Questo rapporto con il cane consisteva in approcci diversi in ambito educativo?

Sì, ci sono stati tre approcci, quello classico, quello gentilista e quello cognitivo-relazionale che rappresentano tre metodi differenti di addestrare il cane.

In cosa consiste esattamente il metodo classico?

Il metodo classico consiste nell’imporre al cane di fare quello che vogliamo, senza stare a pensare se il cane ne ha voglia oppure è in grado, senza prestare attenzione a quelli che sono i suoi pensieri. Inoltre, in base a questo approccio, se riusciamo a far svolgere l’attività che vogliamo nel più breve tempo possibile, allora siamo dei bravi operatori. Questo metodo è andato avanti per tanto tempo perché si rifà ad una visione del cane legata al lavoro o alla difesa della proprietà. Il cane aveva meno possibilità di avere una vita sociale e di far parte del nucleo familiare. Inoltre, era visto come uno scalatore sociale che cerca per istinto di dominare l'uomo e di imporsi su di lui. Gli addestratori classici partivano da questo concetto: se ci si avvicinava mentre il cane stava mangiando dalla ciotola e ringhiava, per gli addestratori voleva dire che era dominante. Ma in base alla loro visione, in una famiglia il dominante doveva essere l'umano e quindi il loro metodo si basava sulla coercizione.

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Ci avete parlato, poi, dell’approccio gentilista. Cosa è cambiato esattamente con questo metodo?

Questo approccio è nato in Inghilterra, durante gli anni '90: il metodo gentilista è l’esatto opposto si quello classico, tanto è vero che si basa sul rinforzo positivo, come ad esempio tanto training con i bocconcini e tanta positività. Quando il cane fa qualcosa di giusto lo premio, quando fa qualcosa di sbagliato lo ignoro. Non esiste alcun tipo di rapporto conflittuale col cane, basando quasi esclusivamente l'educazione sull'esaltare  i comportamenti desiderati attraverso delle ricompense.

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Cos’ha di diverso il metodo cognitivo-relazionale rispetto a quelli che ci avete appena descritto?

Il metodo cognitivo-relazionale consiste soprattutto in un allenamento all’empatia con il cane. L’empatia ci permette di capire cosa sente un altro individuo, di porci delle domande sul perché si comporta in un determinato modo. Si basa essenzialmente sull’osservazione naturale: i cani sono animali fortemente sociali e sviluppano delle relazioni. Dallo sviluppo di queste relazioni riescono a creare dei legami molto forti tra loro e ad avere un’ottima comunicazione con l’ambiente circostante. Se riportiamo questo concetto a una dimensione più familiare, quando il cane ci riconosce come individui tranquilli e che ispirano sicurezza, automaticamente ci vedrà come persone da seguire e a cui stare vicino perché trasmettiamo fiducia. È un metodo che serve anche a far maturare i proprietari perché possono comprendere meglio le esigenze dei cani.

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Ci potete fare un esempio pratico applicato ai tre approcci?

Semplificando al massimo, possiamo fare l’esempio del guinzaglio. Con il metodo classico, se il cane tira al guinzaglio noi lo strattoniamo per evitare che continui a farlo. Con l’approccio gentilista, invece, quando il cane tira, gli facciamo annusare un premietto per stuzzicarlo. Una volta che avrà compiuto due passi lentamente, potrà avere il premio tutto per sé. Con il metodo cognitivo, ci chiediamo per quale motivo il cane tira al guinzaglio: non è che per caso sta tirando tanto perché ha bisogno di sfogare le sue energie? Sta avendo paura? È euforico perché non è mai stato in un prato? Magari il cane si comporta in questa maniera perché ha bisogno di provare delle esperienze o maturare dal punto di vista emotivo e una volta raggiunto questo stato, automaticamente le risposte al guinzaglio saranno migliori.

L’argomento è davvero interessante, ma c’è ancora molto da imparare. Avete voglia di darci altri consigli?

Sì, certo, se siete d’accordo, una volta al mese possiamo approfondire altri argomenti e darvi delle pillole per rafforzare ancora di più il legame tra voi e il cane.

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