Sabato, 20 Luglio 2024
Un giorno da dimenticare / Seveso

Quel maledetto 10 luglio 1976 quando la Brianza fu avvolta dalla nube di veleno

Sono passati 48 anni da uno dei peggiori disastri ambientali della storia dell'umanità e in Brianza la diossima (soprattutto oggi) fa ancora tanta paura

Era un caldo e afoso sabato di luglio: c’è chi era già partito per le vacanze, i più erano ancora a casa a lavorare, e tanti bambini quel giorno erano nei cortili a giocare. Sembrava un sabato qualunque ma, proprio mentre le famiglie si stavano mettendo a tavola per pranzare, scoppiò il disastro. 
Erano le 12.28 del 10 luglio 1976 quando dall’Icmesa di Seveso fuoriuscì la diossina. Una nube di veleno che avvolse non solo il piccolo comune brianzolo, ma che ben presto si diffuse a Meda, Cesano Maderno, Desio, Barlassina, Bovisio Masciago, Nova Milanese, fino a raggiungere anche Seregno, Varedo e Lentate sul Seveso. Quarantotto anni fa non c’erano cellulari pronti a immortalare il disastro, né social sui quali condividerlo e solo i pochi addetti ai lavori si accorsero subito di quello che era successo. 

Il silenzio delle istituzioni 

La notizia il giorno dopo non apparve sui giornali, e i sindaci vennero avvisati della gravità solo 5 giorni dopo. Come riferisce Wikipedia “il sistema di controllo del reattore chimico A101 destinato alla produzione di triclorofenolo andò in avaria, consentendo alla temperatura e alla pressione di salire oltre i limiti previsti. La causa prima fu probabilmente l'arresto volontario della lavorazione (che, come già detto, veniva interrotta il venerdì pomeriggio per poi essere riavviata il lunedì mattina) senza che fosse stato azionato il sistema per il raffreddamento della massa, quindi l'esotermicità della reazione non fu contrastata; ciò fu aggravato dal fatto che nel processo di produzione l'acidificazione del prodotto veniva fatta dopo la distillazione, e non prima”. Così che da quella fabbrica chimica di proprietà della Givaudan (a sua volta controllata da La Roche) fuoriuscì la diossina, una delle sostanze chimiche più tossiche conosciute. Tanto che negli anni successivi, dati alla mano quel disastro brianzolo entrò nella triste classifica dei peggiori disastri ambientali della storia (posizionandosi all’ottavo posto), e tra le 12 peggiori catastrofi umane di sempre.  “Un operaio di un reparto vicino in servizio, udendo un sibilo proveniente dal reparto B, dopo avere avvisato il capo della produzione, entrò nel reparto per avviare manualmente il sistema di raffreddamento del reattore, prevenendone l'esplosione”, riporta Wikipedia. 

Diossina 2

I brianzoli avvolti dal veleno 

Nel frattempo i brianzoli proseguivano tranquillamente la loro giornata, cercando refrigerio all’aperto sotto gli alberi, raccogliendo la verdura in quegli orti sui quali si stava depositando la diossina, portando da mangiare agli animali da cortile, stendendo i panni al sole di quella giornata da dimenticare. L’unica avvisaglia era quell’odore acre che si sentiva e quel bruciore agli occhi comunque sopportabile. Poi, di lì a pochi giorni, la scoperta. Perché quelle ustioni cutanee che diventeranno famose con gli scatti dei volti dei bimbi avvolti nelle bende; la moria improvvisa e inspiegabile degli animali domestici, l’erba che improvvisamente era diventata gialla e la corteccia degli alberi che si spaccava. Allora, a quel punto, sono arrivate le prime informazioni e il 14 luglio dall’azienda svizzera arrivò la certezza della dispersione nell’aria di diossina anche se sulla quantità di veleno fuoriuscito non si ebbero subito certezze. Il 15 luglio, 5 giorni dopo il disastro, arrivano le ordinanze dei sindaci di Meda e di Seveso che proibivano di toccare ortaggi, vegetazione, terreno e animali domestici e richiedevano di adottare una scrupolosa igiene delle mani e dei vestiti; successivamente venne ordinato di non ingerire prodotti di origine animale provenienti dalla zona inquinata. Ancora oggi sono in corso studi relativi agli effetti della diossina, mentre sono ormai assodate un aumento di incidenze di tumori (soprattutto leucemie), malattie cardiocircolatorie e dermatologiche. Nei racconti di chi quel giorno c'era sono vive i volti delle centinaia di persone che dovettero abbandonare le loro case, delle donne che decisero di sottoporsi all'aborto terapeutico, degli animali abbattuti, di chi non rientrò più nella propria casa e di quell'area contaminata poi bonificata e sulla quale venne realizzato a ricordo e simbolo di memoria (e di monito) il Bosco delle Querce. 

Icmesa Seveso Diossina-2

Quanta diossina è fuoriuscita

“Sulla questione Seveso ci sono ancora tante domande senza risposta - ha spiegato Davide Biggi, che all’epoca del disastro aveva 12 anni e viveva con la sua famiglia a Cesano Maderno -. Per anni non si sapeva neppure quanta diossina fosse fuoriuscita: c’è chi parlava di 300 grammi, e chi persino di 3 quintali. Così come dubbi e contestazioni sono sorte in merito alla mappatura delle zone contaminate. La zona A, quella intorno alla fabbrica, era stata quella maggiormente colpita: una grande area poi rasa al suolo sopra alla quale è stato realizzato il Bosco delle Querce”. Nel suo racconto Biggi ricorda i bambini con il volto ricoperto dalle bende, gli oltre 50mila animali abbattuti, quelle aree agricole contaminate dalla diossina che non sono state più coltivate. “Solo negli anni ’90 i dubbi sui criteri della mappatura hanno dato ragione alle persone che avevano sollevato criticità - prosegue -. È per questo che noi adesso solleviamo ancora dubbi e speriamo che l’errore di allora non si ripeta. Secondo noi la bonifica proposta da Pedemontana che su questo terreno contaminato farà passere l’autostrada non è in grado di garantire la salute e la sicurezza per tutti. La legge prevede due soglie di rischio per la diossina nel terreno: 10 nanogrammi per metro cubo di terra per le zone residenziali, e 100 nanogrammi per quelle industriali. Lungo il tracciato in diversi punti si sono riscontrate concentrazioni superiori ai 10 nanogrammi, ma inferiori a 100. Ma visto che molti di questi punti rientrano nella tratta della futura autostrada non saranno sottoposti a bonifica perché l’autostrada viene considerata area industriale”.

Diossina 3

Il terrore oggi 

La paura è che con la movimentazione del terreno e il successivo trasferimento (che Pedemontana ha assicurato in sicurezza) nelle aree di smaltimento la diossina possa diffondersi nell’aria. “Peraltro cantieri e spostamenti avvengono in un’area altamente urbanizzata - incalza Biggi -. È alto il rischio di dispersioni di polveri inquinanti nell’aria. In questo caso non si sta parlando di piccoli interventi, ma di vere e proprie movimentazioni di tonnellate di terra inquinata che verranno smosse e trasferite lungo le tratte della Brianza”.

I controlli in ospedale e il terrore delle malattie 

A ricordare quel giorno anche Carla Sironi, 82 anni, di Barrucana (frazione di Seveso). "Quel giorno sono tornata a casa dal lavoro e dissi a mia mamma che sentivo un forte odore, molto acre, che mi dava fastidio alla gola - ha raccontato a MonzaToday -. Poi a distanza di qualche giorno mia madre mi disse che la vicina le aveva riferito di non toccare le galline, di non raccogliere la verdure, di non toccare neppure l'erba. La popolazione è stata riunita all'oratorio dove ci sono state fornite tutte le indicazioni e le precauzioni del caso". Il ricordo di Carla va al racconto della mamma che rimase scossa da quella galline che allevava con passione e dedizione e che all'improvviso avevano croste attorno agli occhi e che, insieme a tantissimi altri animali da cortile e domestici sono stati abbattuti. "Per anni sono rimasta sotto controllo con visite periodiche all'ospedale di Desio. Vivevo nella zona B: non è stato facile, ma ho dovuto imparare a convivere con il disastro della diossina. Ricordo che per tanti anni non potevano mangiare i prodotti dell'orto. La gioia più grande è stata quando dopo diversi anni dal disastro dell'Icmesa nel mio giardino sono ritornati gli uccellini. allora ho pensato che forse quell'inferno era finito". 

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