Domenica, 21 Luglio 2024

Andrea Loddo

Collaboratore

Le parole hanno un peso e spesso fanno male: usiamole bene

Perché sui social c'è chi si sente in diritto di insultare gratuitamente gli altri?

In un'epoca iperconnessa come la nostra le parole possono davvero fare la differenza sulla nostra esistenza. Specie quando forgiate dalla mente di chi sta dietro alla tastiera sono parole di odio. Redatte in maniera totalmente gratuita e con le quali non solo la sensibilità, ma più spesso la dignità di coloro ai quali sono indirizzate, vengono calpestate. 

Abbiamo raccontato una storia che qualcuno ha voluto condividere con noi. Una storia di felicità, di rinascita. Di amore. Che aveva come location Monza. Ma questa narrazione si è trasformata poi in una storia dai contorni alquanto tristi, brutalmente vera come le lacrime di chi l'ha vissuta. Perché se è vero che la libertà di parola è sacra, ingiustificabile è invece l'atteggiamento di chi la realtà ha voluto tentare di mistificarla. Traducendola a proprio uso e consumo per giustificare (probabilmente) la propria insoddisfazione personale. E usando per tale (vile) scopo la cattiveria. 

Il caso di Jess e Mor, e della loro storia d'amore raccontata sulle nostre nostre pagine sono un esempio. La loro "colpa" secondo taluni sarebbe quella di essersi innamorati, di averlo fatto in una città - Monza - che sempre gli stessi hanno definito più o meno schifosa e invivibile. Quella che voleva essere una notizia leggera, tra tanti fatti tristi di cronaca, è diventata purtroppo e con dispiacere un bersaglio contro cui riversare, con commenti indicibili, il proprio odio. E a Jess, che quella storia ce l'aveva raccontata col sorriso, sono venute le lacrime. E siamo rimasti davvero senza parole.

Leggendo i commenti postati sui social da diversi utenti, cos'altro si potrebbe aggiungere se non il fatto che le parole, se non ben soppesate, non solo fanno male ma appunto possono arrivare a mistificare la realtà facendola diventare altra cosa? Come altro si potrebbe giustificare il fatto che ad averlo fatto sono le stesse persone che, giustamente, dalla stampa chiedono chiarezza, verità e senso dell'etica?

Probabilmente è utile riflettere. Le parole un peso ce l'hanno. E anche grosso. E ce l'hanno anche gli spazi dove esse sono lette e vissute. Vale il vecchio detto secondo il quale i social sono come un bar, ovvero uno spazio pubblico dove si scontrano differenti sensibilità e dove le vite e le esperienze di ognuno si intrecciano. E se qualcuno in quel "bar virtuale" alza un po' il gomito e comincia a insultare gli altri frequentatori (perché magari ha avuto una brutta giornata o perché lui stesso è "vittima" di limitazioni culturali che ne hanno invalidato anche la capacità di rapportarsi civilmente con gli altri) sarebbe opportuno che forse scegliesse un'altra piazza virtuale dove intrattenersi. Così come accade in qualsiasi luogo pubblico. Perché chi frequenta i social, che sono appunto uno spazio pubblico, dovrebbe sentire la responsabilità dell'ambiente in cui agisce. 

Si chiama rispetto. Lo stesso che in tanti chiedono quando in città c'è qualcosa o qualcuno che non piace e disturba. Ma che a molti, una volta coperti dietro lo schermo del pc, sembra improvvisamente non interessare più.

Le parole hanno un peso e spesso fanno male: usiamole bene
MonzaToday è in caricamento