La mano lunga della 'ndrangheta anche in Brianza: due arresti in provincia

Tra i 13 arrestati dell'operazione "Quadrifoglio" anche due brianzoli: si tratta di un 41enne originario di Mileto ma residente a Giussano e di un uomo di Seregno

I risvolti dell'indagine in Brianza

Anche Monza e Brianza nel mirino dell'operazione "Quadrifoglio" grazie a cui i carabinieri del nucleo dei Ros martedì mattina hanno dato esecuzione a 13 arresti disposti dalla Procura di Milano in seguito a un'indagine della Direzione Distrettuale Antimafia guidata dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini.

Tutto era iniziato nel 2012 quando era stata avviata dal Raggruppamento Operativo Speciale Carabinieri l'indagine su due articolazioni della ‘ndrangheta radicate in Lombardia, prevalentemente nella provincia di Como.

Due anni di ricerche, intercettazioni e ricostruzioni sono serviti a dare un quadro completo del panorama e hanno permesso di individuare i responsabili. Gli arresti scattati martedì mattina tra le province di Milano, Como, Vibo Valentia e Reggio Calabria sono arrivati anche in Brianza.

In manette sono finiti due uomini: un 41enne residente a Giussano, F.B., ma originario di Mileto e un giovane di 27 anni di Seregno, M.R., titolare di un panificio a Mariano Comense.

I reati per cui risultano indagati a vario titolo tutti e 13 gli arrestati sono detenzione e porto abusivo di armi (anche importate clandestinamente), intestazione fittizia di beni, reimpiego di denaro di provenienza illecita, abuso d’ufficio, favoreggiamento personale, minaccia e danneggiamento mediante incendio, tutti aggravati dall'organizzazione a stampo mafioso. 

Alcuni degli episodi venuti alla luce testimoniano intimidazioni da parte delle cosche a rappresentanti delle istituzioni avvenuti in Brianza.

Nel marzo 2013 a Giussano fu data alle fiamme con un incendio doloso l'auto di un agente della Polizia Locale cittadina: il gesto fu un atto di ritorsione in seguito a un controllo stradale dove uno degli indagati nell'inchiesta, esponente di una famiglia legata alla cosca Mancuso, già in carcere per omicidio, era stato denunciato per resistenza e violenza contro pubblici ufficiali.

Sempre allo stesso soggetto, F.G., si deve collegare l'invio alla direttrice del carcere di Monza di una busta contenente minacce e 3 proiettili inesplosi. E' stato infatti provato che si sia trattato di un atto di ritorsione per il mancato accoglimento di alcune istanze presentate dal F.G, all'epoca detenuto nella casa circondariale monzese, appartenente a una famiglia, attiva nel comasco, espressione in Lombardia della cosca Mancuso.

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