Si scambiavano film hard di bimbi: quattro arresti, tra loro un prete

La polizia ha scoperto e smantellato una rete per lo scambio e la vendita di materiale pedopornografico. Oltre duecento gli indagati. Quattro arresti: tra loro un prete. Perquisizioni anche in Brianza, a Besana e Busnago

Sweetie, uno speciale "software" usato dalla polizia contro la pedoporngrafia

L’orrore era nascosto nei loro pc e in rete. Proprio come una rete di utenti, apparentemente normali, si scambiavano video e foto. Quelle immagini, però, raccontavano la violenza assoluta: filmati di pesanti violenze e atti sessuali con bambini anche di meno di dieci anni costretti ad avere rapporti sessuali tra di loro o con animali. 

Martedì mattina, una vasta operazione della polizia postale di Milano ha bloccato una pericolosa rete criminale internazionale che diffondeva e vendeva materiale pedopornografico. 

Le indagini hanno permesso di individuare 233 utenti su scala globale, in cinque continenti, che scambiavano via internet materiale illecito. I gravi indizi raccolti dagli investigatori milanesi hanno determinato la Procura della Repubblica di Milano, che coordina le indagini, a disporre perquisizioni personali, informatiche e a casa di ventinove utenti italiani - gli altri indagati sono tutti stranieri. 

Perquisizioni, secondo quanto si apprende, sono state disposte anche a carico di due persone residenti a Besana Brianza e Busnago, in provincia di Monza. 

Ma non solo. Il gip di Milano ha anche emesso una ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di quattro degli indagati. Si tratta di due disoccupati di 58 e 51 anni, di un sacerdote di 49 anni e di un operaio 51enne . 

Nel corso degli interventi della polizia sono stati perquisiti e sequestrati numerosi computer, smartphone e dispositivi informatici ritenuti di estremo interesse ai fini della prosecuzione delle attività degli investigatori milanesi. 

Le indagini, avviate nel 2012 e condotte per circa un biennio, hanno avuto inizio monitorando gli spazi pubblici di alcuni siti web e in particolare di alcuni servizi di condivisione di immagini i cui criteri di raccolta e di proposta di visione tra certi utenti lasciava intravedere atteggiamenti sospetti per l'insistente richiamo a pose di minori. 

I luoghi virtuali per la pubblicazione delle proprie immagini personali, di cui la polizia rimarca la conformità alla legge e la stretta policy interna contro la pedopornografia, finiva per rappresentare una sorta di anticamera per gli interessati alla pornografia minorile che si spostavano su altri canali di comunicazione dove scambiare file multimediali illeciti, utilizzando anche le caselle di posta elettronica. 

Per la particolare segretezza delle comunicazioni fra gli stessi indagati, spiegano gli inquirenti, si è rivelata essenziale l'adozione delle tecniche speciali di investigazione previste della normativa italiana in materia di attività sotto copertura, intercettazione telematica e intercettazione telefonica. 

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