Su WhatsApp gli ordini dell'Isis al pugile aspirante martire: "Fai un attentato in Italia"

Tra i quattro aspiranti terroristi arrestati giovedì tra Varese e Lecco c'è anche un pugile professionista. A lui due miliziani in Siria avevano chiesto di colpire da lupo solitario in Italia

Raim Moutaharrik

Quattro, poco più che bambini. Tutti con addosso la tuta da combattenti. Tutti con il dito indice puntato verso l’alto, a indicare quel Paradiso che avrebbero raggiunto da martiri, proprio come avrebbe voluto fare il pugile italo marocchino che non si accontentava più di combattere per la carriera e che avrebbe voluto iniziare a lottare per l'Isis. Magari non subito, ma in un futuro non troppo lontano: un futuro che già aveva deciso per loro il padre, Mohamed Koraichi, il trentaduenne di Bulciago scomparso da casa il febbraio dello scorso anno per raggiungere i territori dell’Isis insieme a sua moglie, la trentanovenne Alice Brignoli convertita all’Islam, e i tre figli di tre, cinque e sette anni.

Sono proprio loro quei quattro bimbi ritratti insieme nella foto del terrore che Koraichi aveva scelto come propria immagine di WhatsApp: i suoi tre figli e il figlio della vedova di un combattente jihadista. Koraichi ormai non nascondeva più nulla e proprio su WhatsApp dava indicazioni a tre dei quattro aspiranti terroristi - tutti marocchini con cittadinanza italiana - arrestati giovedì mattina in un’operazione delle questure di Lecco e Varese e dei carabinieri del Ros, coordinata dalla procura di Milano, che ha chiesto e ottenuto dal Gip di Milano, Manuela Cannavale, la custodia cautelare per il reato di “associazione con finalità di terrorismo internazionale”.

Tra gli arrestati c’è Raim Moutaharrik, un “pugile di successo - lo ha presentato il procuratore Maruzio Romanelli - conosciuto sia in Italia, che all’estero". Eppure, nonostante una carriera già ben avviata, Moutaharrik aveva deciso di andare in Siria e di portare con sé sua moglie - Salma Bencharki, anche lei arrestata - e i suoi figli, di due e quattro anni. Sul pugile, Koraichi e un emiro - “un uomo che parlava un arabo dotto che non siamo riusciti ancora ad identificare”, ha spiegato il procuratore - avevano scommesso molto. Quasi tutto.

Infatti, ed è una prima volta assoluta, a Moutaharrik i due uomini - entrambi in Siria - avevano chiesto di restare in Italia e di colpire. Attraverso un messaggio vocale pre registrato e poi inviato su WhatsApp ad aprile - un “poema bomba” la traduzione dall’arabo all’italiano - l’emiro e Koraichi chiedevano al pugile di morire da martire in Italia, di agire - ha evidenziato il procuratore - da “lupo solitario”. Nel mirino dell’Isis c’era Roma, che i jihadisti avevano individuato come obiettivo perché “sede del pellegrinaggio dei cristiani”. La Digos e il Ros, però, sono riusciti a fermarlo prima che lasciasse la provincia di Lecco per raggiungere la Siria o Roma. La stessa sorte, sempre giovedì mattina, è toccata ad Abderrahmane Khachia, un ventitreenne marocchino pronto a lasciare Brunello, nel Varesotto, e a partire per i territori di combattimento dell’Isis per seguire le orme di suo fratello, il trentenne Oussama Khachia morto in guerra in Siria dopo essere stato espulso dall’Italia prima e dalla Svizzera, poi, e padre del bimbo ripreso nella foto profilo di WhatsApp di Koraichi.

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A tenere insieme la famiglia Moutaharrik e Khachia, hanno accertato le indagini, era proprio Koraichi, che attraverso sua sorella - residente a Baveno, anche lei arrestata - era venuto a conoscenza delle intenzioni dei due uomini e li stava così “testando” in vista di un loro sacrificio o di un loro sbarco in Siria da guerriglieri. Quella stessa Siria, in cui lui e sua moglie - da ora in poi ufficialmente ricercati - stanno crescendo i loro figli da guerriglieri, con il mito della jihad e del martirio. Come mostra quella foto che - ha ammesso il generale comandante dei Ros Giuseppe Governale - ci preoccupa, perché questi bambini potrebbero essere i protagonisti del terrore di domani”.

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