Le auto e gli affari con la cocaina, sgominata rete di spacciatori: 11 arresti

Fermata dai carabinieri una banda di spacciatori attiva tra Monza, Biassono, Sovico e hinterland. I pusher facevano riferimento a due fratelli di origini calabresi che si occupavano di rifornire la droga

Foto da archivio

"I documenti sono pronti. C'è anche il libretto di circolazione". Restava solo da effettuare il ritiro. Ma non si trattava di un'auto bensì di droga: cocaina. Polvere bianca di ottima qualità e venduta a 80/100 euro al grammo che veniva consegnata con regolarità a una decina di spacciatori - tutti italiani - attivi tra Monza, Albiate, Sovico, Triuggio, Macherio, Lissone e Carate Brianza che si approvigionavano da due fratelli di origine calabrese, residenti in Brianza. I due fornitori, insieme ad altre nove persone (uno dei destinatari della misura è ancora ricercato) nella mattinata di martedì 11 febbraio sono stati arrestati in esecuzione di una ordinanza di custodia cautelare in carcere dai carabinieri della compagnia di Monza guidati dal capitano Pierpaolo Pinnelli nell'ambito dell'operazione "The Fly" - che rimanda al nome di un locale frequentato da alcuni dei soggetti coinvolti - iniziata un anno e mezzo fa e coordinata dal pm della Procura di Monza Salvatore Bellomo.

La concessionaria d'auto e gli affari con la droga

Al vertice del sodalizio criminale composto da numerosi spacciatori attivi nei comuni situati a nord di Monza figurano due fratelli: Fabio Antonio e Vincenzo Buttafuoco, entrambi di origini calabresi. Trentuno anni il primo, titolare di una rivendita di auto a Macherio, residente a Sovico e trentasette anni il secondo, residente ad Albiate, sulla carta disoccupato e con un precedente per traffico di droga. 

Secondo quanto ricostruito nelle carte dell'inchiesta, a loro facevano riferimento una decina di pusher per rifornirsi di droga. L'indagine, iniziata lo scorso ottobre 2018 dopo il sequestro di quaranta grammi di cocaina e 15mila euro in contanti a Biassono, ha consentito ai militari grazie a pedinamenti, intercettazioni ambientali e accertamenti di individuare non solo un'intera rete di spacciatori ma anche la presunta fonte di approvigionamento della sostanza stupefacente. Gli undici destinatari delle misure cautelari sono tutti uomini italiani, tra i 27 e i 40 anni, alcuni disoccupati e altri impiegati. Molti si occupavano semplicemente di custodire in casa la droga, fornendo un nascondiglio temporaneo dietro un compenso di circa 80 euro a settimana. 

Il giro d'affari raggiungeva un centinaio di clienti che spesso ricevevano la merce direttamente nelle loro abitazioni nel caso in cui non poteva recarsi direttamente dal pusher. I quantitativi che venivano venduti a ciascuno spacciatore erano diversi a seconda dell'area di spaccio e si aggiravano tra 800 euro e 1600 euro. Quando le vendite andavano bene gli spacciatori riuscivano anche a guadagnare circa 2000 euro a giro di consegna, con una cadenza settimanale. "Ieri sera ho finito tutto in un minuto": questa una delle frasi pronunciate da uno dei pusher in una delle tante intercettazioni ambientali agli atti dell'indagine.

 In alcuni casi inoltre, per i clienti che ordinavano un quantitativo maggiore, si offriva la possibilità di assaggiare la sostanza e dopo ci si accordava sul prezzo. 

La violenza per controllare e intimidire i pusher

Per imporre il proprio controllo tra gli spacciatori i due fratelli ricorrevano anche a metodi violenti. Secondo quanto ricostruito grazie a una intercettazione ambientale risulta che nel gennaio dello scorso anno per far desistere uno dei pusher che aveva manifestato l'intenzione di uscire dal giro e di interrompere i rapporti con i fornitori questi - per interposta persona - abbiano fatto ricorso alla violenza, aggredendo l'uomo che è stato anche rincorso e inseguito quando si è messo al volante della sua auto per scappare via. Sarebbe stato speronato e mandato fuori strada e a dimostrare con i fatti quanto i carabinieri avevano ascoltato a parole durante le intercettazioni sono stati i danni riportati dall'autovettura che dopo l'accaduto era finita da un meccanico. I due fratelli sembra intervenissero anche in caso di debiti da saldare facendo da tramite tra il cliente insolvente e lo spacciatore creditore, facendosi restituire le somme non riscosse e una percentuale aggiuntiva, che trattenevano. 

Ma spesso i soldi erano anche uno strumento attraverso cui i pusher instauravano un legame con i propri clienti e quando qualcuno non aveva il denaro contante a disposizione subito, non sitavano a consegnare la merce lo stesso, sulla fiducia, facendo in modo che si saldasse il conto alla prossima consegna oppure con una transazione direttamente su una postpay. 

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