Asilo chiuso e maestre senza lavoro: "Speriamo di essere licenziate"

Il caso dell'asilo San Giuseppe di Arcore

Immagine di repertorio

Prima il lockdown poi la mancata riapertura. E prospettive lavorative sempre più incerte. E ora il "paradosso" con dieci professioniste che sperano di essere licenziate il prima possibile per riuscire ad avere un sostegno economico concreto con la Naspi.

Lo hanno chiesto giovedì, durante un incontro organizzato da Fp Cgil Monza e Brianza e Fp Cisl Monza Brianza Lecco presso la Camera del Lavoro di Monza. All’incontro hanno preso parte cinque lavoratrici e i sindacalisti Simone Cereda e Nicola Turdo.

Il licenziamento, questo si augurano le dipendenti rimaste senza occupazione dopo la cessazione dell’attività dell’Asilo San Giuseppe di Arcore. Al momento, infatti, il FIS (Fondo Integrazione Salariale), assicurerebbe alle maestre e alle ausiliarie ora disoccupate solo una parziale boccata d’ossigeno. Inoltre, l’assegno viene corrisposto con molto ritardo. La NASpI (Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego), invece, garantirebbe una copertura maggiore. Il personale della struttura era composto da ventuno persone, undici di queste hanno già trovato ricollocazione.

Durante l'incontro le lavoratrici hanno ribadito come il loro impegno nei confronti dell’asilo non sia mai venuto meno in anni di difficile gestione. Ma tutti questi sacrifici non sono riusciti ad evitare una chiusura già annunciata. “A gennaio – spiegano le lavoratrici – sono state chiuse le iscrizioni, un cattivo segnale che abbiamo interpretato come l’epilogo della vicenda”. La struttura seguiva oltre 150 bambini, tra asilo nido e scuole dell’infanzia.

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“Eravamo una scuola che proponeva esperienze significative per i bambini – aggiungono –. C’era qualità nell’offerta e non mancava la domanda, ma i nostri sforzi non sono bastati e si è giunti alla chiusura senza trovare una soluzione alternativa. Nessuno ha veramente portato avanti un progetto per l’Asilo San Giuseppe”. Un richiamo alla responsabilità all’indirizzo della Fondazione che gestiva la struttura, ma, indirettamente, anche all’amministrazione comunale che esprime i quattro quinti del consiglio di amministrazione.

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