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In un racconto la guerra contro il covid nelle corsie del San Gerardo

Nel libro “Esperienze di vita nei giorni del silenzio – La Bicocca ai tempi del Coronavirus” anche un capitolo in cui alcuni medici del San Gerardo ripercorrono i momenti più drammatici del primo lockdown: dall'ospedale riorganizzato in pochissime ore, alla fila di venti ambulanze davanti al Pronto Soccorso

Il covid è arrivato improvvisamente e dall’oggi al domani anche medici, infermieri, specializzandi hanno dovuto riorganizzare il loro lavoro.
Sangue freddo (tanto), ma anche la convinzione che certamente avevano le carte e i numeri  in regola per affrontare quella pandemia che aveva raggiunto anche l’ospedale San Gerardo.

Un racconto, intenso, quello raccolto in un capitolo del libro “Esperienze di vita nei giorni del silenzio – La Bicocca ai tempi del Coronavirus”  (a cura di Giampaolo Nuvolati, editoda  Nomos Edizione). Nella parte curata dal professor Erik Sganzerla (a partire da pagina 73), viene data la parola ad alcuni medici del San Gerardo che per mesi sono rimasti in trincea. Un capitolo scritto con la collaborazione di Mario Alparone, Michela Bombino, Paolo Bonfanti, Marina Cazzaniga, Paola Cristaldi, Giuseppe Foti e Maria Grazia Stepparava.

Un grande team quello sceso in trincea contro il virus. All’inizio della pandemia Monza sembrava essere stata risparmiata da quel virus che in Cina aveva già fatto migliaia di vittime, e che in Italia era arrivato prima a Roma (con i due turistici cinesi ricoverati allo Spallanzani), e poi a Codogno. Ma già il 21 febbraio ci si era resi conto che la bomba sarebbe esplosa anche qui.

 “Il 21 febbraio 2020 la Direzione Generale Welfare della Regione Lombardia comunicava ufficialmente ai direttori strategici delle Asst lombarde che il covid era arrivato anche da noi – si legge nel racconto - Con il primo paziente infetto identificato, grazie alla felice intuizione di una collega anestesista, a Codogno”.

A quel punto l’Asst Monza doveva riorganizzarsi: medici, infermieri, oss e direzione avevano capito che il covid sarebbe ben presto arrivato anche nel nosocomio monzese.

“Il giorno dopo ho riunito intorno a me le persone che rappresentavano, a mio giudizio, un punto di riferimento per la gestione dell’emergenza – spiega Mario Alparone, direttore generale Asst Monza -. Da quel momento ci siamo riuniti due volte al giorno per oltre due mesi e ricordo ancora i volti dei miei compagni (sì, li chiamo compagni perché è stata una vera avventura) quando ho concesso loro la prima domenica libera (era Pasqua) o addirittura il primo weekend a fine aprile. Le riunioni, una o più al giorno, erano molto strutturate e ordinate e consentivano di conoscere e condividere i dati che ci servivano per navigare nella tempesta. La nave non è naufragata e siamo riusciti a raggiungere le acque calme. Di volta in volta prendevamo decisioni e assegnavo compiti ai miei compagni, non in funzione del loro ruolo ma del contributo che potevano offrire in base alle loro singole capacità professionali e attitudini personali. Non erano presenti solo capi Dipartimento o direttori strategici, ma anche infermieri, tecnici amministrativi e tutti quelli che ritenevo ci servissero”.

Una macchina da guerra organizzata, anche se la paura, l’imprevisto e il dolore nel vedere tanti pazienti (anche giovani) morire nella più totale solitudine hanno più volte minato testa e cuore dei professionisti. Ma l’adrenalina alle stelle, e soprattutto la grande professionalità, hanno permesso di non naufragare.

Anche nei momenti più difficili: anche quando il contagio aveva raggiunto Monza e provincia, quando i ricoveri per Covid avevano raggiunto quota 600, quando venti ambulanze in sirena sono arrivate contemporaneamente davanti al Pronto soccorso del nosocomio monzese. Anche quando l’ospedale San Gerardo ha aperto le porte ai pazienti di Bergamo, Brescia e Lodi che non riuscivano più ad accogliere malati.

L’ospedale in pochissime ore si è riorganizzato per affrontare al meglio quella che, a tutti gli effetti, è stata (ed è) una guerra. Nel racconto i medici ricordano il richiamo ai colleghi che erano esperti di internistica e sapevano utilizzare particolari macchinari; poi il richiamo anche dei medici specializzandi.

Tutti dovevano essere in campo per affrontare la pandemia. Un racconto intenso, carico di emozioni, che fa trasparire anche quella grande umanità che in oltre un anno di “guerra” ha contraddistinto i medici e gli infermieri che non si sono mai arresi.

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