Giovanna RIboldi: "Difendere la vita sì, ma senza mai giudicare"

Intervista a Giovanna Riboldi del Circolo Culturale Lazzati di Desio: «C'è un altro stile di essere cristiani. Non si può sempre condannare e giudicare tutti, il vero credente offre misericordia e tenerezza. Condivisone e non divisione»

DESIO - Giovanna Riboldi del Circolo Culturale Lazzati di Desio: una voce moderata del panorama cattolico locale parla del caso dei bimbi mai nati .

In Lombardia una Legge della Regione impone che i feti siano seppelliti in una zona dedicata del cimitero. La trova un passo avanti rispetto alle altre regioni e all’Europa, dove i feti vengono bruciati e smaltiti come rifiuti speciali?

Qualunque donna abbia portato in grembo – anche se solo per poche settimane – una vita credo abbia percepito, nel momento in cui questa sia stata interrotta, che le cellule di quell’ «essere»  non fossero paragonabili alle altre cellule del nostro corpo,  a quelle delle dita dei piedi o a un pezzo di fegato, ad esempio. Per questo, sì, condivido che si pongano dei segni di cura, di tenera attenzione a questi corpi che tutti sappiamo appartenere alla specie umana.

Come giudica l’impegno di associazioni come «Ora et Labora in difesa della vita» che si preoccupano di fornire un sacerdote, una preghiera e una croce nel momento della sepoltura dei bambini mai nati?

La difesa della vita, per un credente, si esprime su infiniti fronti. A seconda delle varie sensibilità troviamo cristiani che lottano per la pace, per i diritti umani, per la salvaguardia del creato, per difendere la dignità del mondo del lavoro, per la giustizia e l’equità. Questa associazione ha a cuore la vita che nasce e quella che viene fermata prima di nascere. Uno dei modi che ha trovato per dichiarare che anche queste vite hanno dignità è proprio la sepoltura dei feti. Penso sia una scelta coerente con la visione cristiana che considera unica ogni persona, irripetibile nel suo valore, fin dai primi momenti del suo esistere.

Non pensa che imporre la sepoltura collettiva di un numero imprecisato di feti secondo un determinato credo religioso possa essere una imposizione ingiusta?

Questo è un tema davvero delicato: comunque lo si affronti lascia insoddisfatti. Si potrebbero invitare altri gruppi religiosi (ma anche laici) – se lo volessero – ad intervenire nel momento della sepoltura, formulando insieme una preghiera, o un gesto di commiato, o un atto di pietà condiviso. Certo, in un clima culturale come il nostro, la sola presenza del prete cattolico stona un po’. Non ho una soluzione da offrire, però credo che sia importante almeno lo stile: essere una presenza discreta, «benedicente» e non giudicante, tendendo la mano e mai puntando il dito.

Secondo lei i cattolici dovrebbero lottare per vietare l’aborto, oppure è bene che in uno Stato laico la Legge sull’aborto ci sia, e i cattolici devono impegnarsi perché la Legge sull’aborto sia «usata bene» e facendone ricorso il meno possibile?

Se vogliamo che in Italia si scateni una guerra di religione possiamo anche vietare l’aborto. E’ irrealistico pensare che in questo contesto storico si possa tornare indietro. Troppe volte una parte del mondo cattolico ha creduto che attraverso l’imposizione di una legge si sarebbe salvaguardato un valore. Oggi sappiamo che questo modo di agire non dà i risultati sperati. Occorre invece aiutare le coscienze a formarsi, in tutti gli ambiti (religiosi e laici) in cui possiamo educare ad amare la vita, amarla in ogni sua sfumatura, con la responsabilità ma anche la bellezza che questo richiede. Dobbiamo però fare anche in modo – questo sì attraverso le leggi – che la società si attrezzi per recare un aiuto a chi è in condizioni difficili di fronte ad una nascita.

Il Papa ha invitato i politici cattolici e i cattolici in generale a non avere cedimenti su aborto, matrimonio e famiglia. Ritiene che l’impegno dei cattolici su questi temi debba essere conforme ai metodi e al linguaggio usato da associazioni come «Riscossa Cristiana» e «Ora et Labora in difesa della vita», oppure ci possono essere altre modalità di impegno e con un altro stile?

Da sempre nel mondo cattolico convivono due anime: quella intransigente (oggi diremmo fondamentalista) e quella progressista-democratica che considera la mediazione e il dialogo non solo metodi per raggiungere un obiettivo, ma stili connaturati alla stessa fede cristiana. Nel Vangelo sono infinitamente più numerosi le parole e i gesti di misericordia, di tenerezza, di condivisone verso gli altri che non quelli di giudizio. Non credo quindi che i toni da crociata, le parole che evocano chissà quale età dell’oro in cui era la cultura cristiana (ma di quale cristianesimo?) a costituire la norma di vita delle nostre società, siano difendibili e proponibili. Potrei citare la Parola di Dio o il Concilio o i tanti testimoni della fede del nostro secolo; mi limito a una frase di Tommaso d’Aquino: Conversatio facit civitatem (è il dialogo, la conversazione tra i cittadini che costruisce la città). Credo fermamente che solo il rispetto, il confronto, il sentirci pienamente parte di questa umanità, delle sue gioie e dei suoi dolori – perché anche noi li viviamo, non ne siamo estranei, né superiori – sia il modo più vero per testimoniare ancora oggi il Vangelo.

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