"Io, laureata con master, non posso lavorare per un refuso"

La storia di Ruth Maccarthy, giovane ghanese in Brianza da venticinque anni. Laureata e iscritta all'albo non può esercitare per un errore di battitura mai risolto

Ruth Maccarthy (Foto da Facebook)

SEREGNO - Ha dovuto rinunciare al suo sogno. Ha dovuto buttare, quasi dimenticare per non soffrire ancora, gli anni passati sui libri e "nello spogliatoio dell'ospedale perché non avevo un alloggio". Ha dovuto inventarsi una nuova vita perché quella che aveva voluto, e ottenuto, gli era stata negata. Cancellata da un refuso: da un banale errore di trascrizione, che gli ha permesso di diventare dottoressa e ostetrica in pochi anni, ma mai italiana. Non ha potuto partecipare a un concorso pubblico né è mai stata assunta da una struttura privata Ruth Maccarthy, giovane ostetrica di origini ghanesi ma da venticinque anni a Seregno, in Brianza. I suoi studi - la laurea e un master - il suo curriculum, eccellente, sono stati cancellati da un cognome scritto staccato e non tutto attaccato, come i documenti originali avrebbero imposto. E così Ruth, racconta il Corriere della Sera, non è mai riuscita a diventare italiana: condizione, questa, necessaria per partecipare ai bandi pubblici nel Belpaese. 

Il suo disperato "gioco dell'oca" è iniziato nel 2007, quando ha presentato la prima richiesta per ottenere la cittadinanza. E oggi - otto anni dopo - Ruth è ancora alla casella del via. "La prima domanda - racconta la ragazza al Corsera - io e i miei l’abbiamo presentata nel 2007". Tardi rispetto all’arrivo in Italia perché servono soldi e documenti - buste paga, certificati penali di mamma e papà, iscrizioni alle scuole - che per una ragazza africana non sempre è facilissimo rintracciare. Dopo un anno, la prima doccia gelata: alcuni documenti servivano in originale e non in fotocopia. Il gioco riparte. Alla fine del 2012, quattro anni dopo, il primo sorriso per la famiglia Maccarthy: uno dei fratelli di Ruth ottiene la cittadinanza. La situazione sembra sbloccarsi e in pochi mesi tutti i Maccarthy - padre madre, tre ragazzi e una ragazza - diventano italiani anche per la legge. Tutti, tranne Ruth. Perché?

"Ho dovuto dare l’incarico a un legale che ha scoperto che la mia pratica si era persa", ricorda amara. Passa ancora qualche mese e la pratica viene trovata, ma viene trovato anche un inghippo non da poco: il cognome sulle carte arrivate dal Ghana è Mac Carhy, non Maccarthy. Si ricomincia daccapo. Di nuovo. "Adesso ho richiamato il consolato ghanese, altri trecento euro per rifare il certificato laggiù, tradurlo, riportarlo all’ambasciata italiana di Accra per il timbro e recuperarlo. La mia famiglia ha calcolato che per tutte le pratiche di cittadinanza abbiamo speso oltre diecimila euro", recrimina la giovane ostetrica. Diecimila euro, evidentemente, buttati perché Ruth - nonostante sia in Italia da venticinque anni, quindi almeno quindici in più di quelli necessari per la cittadinanza -, in tasca ha ancora un passaporto ghanese. Quello stesso passaporto che le "vieta" di partecipare ai concorsi pubblici e che le fa tornare in mente - con un po' di rabbia - quegli anni di sacrifici e studi: "Tutte le notti passate a dormire nello spogliatoio dell’ospedale perché non avevo alloggio, i treni presi all’alba per arrivare a lezione puntuale alle otto, i soldi spesi. Quando ho capito che non avrei potuto partecipare ai concorsi pubblici è stata una tragedia". 

Nell’attesa - poi vana - della carta giusta, Ruth ha così scoperto di aver studiato per nulla: "Neanche i miei professori lo sapevano - racconta al Corriere - L’ho capito quando, dopo la laurea, mi sono iscritta all’albo: le mie compagne di corso ci hanno messo mezz’ora, io nove mesi". Poi, i tanti no dai bandi pubblici e dalle cliniche private, nonostante una prestigiosa formazione agli Ospedali Riuniti di Bergamo e un punteggio di tesi alto. "Speravo, però, sempre di avere i documenti italiani a breve". E così continuava a studiare: specializzazione all’Università di Modena e Reggio Emilia, tirocinio addirittura in Ghana. Tutto inutile, tutto un doloroso ricordo. 

Ormai Ruth ha quasi rinunciato al suo sogno, ma non ha mai perso la forza d'animo. Nell'attesa di una buona notizia dall'ambasciata, ha lavorato come receptionist in uno studio legale vicino al Duomo per poi cominciare a vendere online vestiti africani disegnati da lei. "Basta, non farò più l’ostetrica, ho aspettato troppo, dall’anno scorso non ho rinnovato l’iscrizione all’albo, ho smesso di aggiornarmi". Intanto, cerca ancora qualche lavoro, con il suo curriculum variegato. Con un passaporto ghanese in tasca e con l'Italia nella testa e nelle abitudini perché - protesta divertita - "io amo gli spaghetti".

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