Il Lohengrin di Wagner: messaggio che Dio invia all’uomo di tutti i tempi

Il capolavoro wagneriano che andrà in scena al Teatro alla Scala è ricco di significati filosofici e spirituali. L'edizione che apre il 7 dicembre del Piermarini porterà a Milano tutti i massimi interpreti wagneriani di oggi

Claus Guth, regista dell'allestimento scaligero

MILANO – Nell’anno del doppio bicentenario di Giuseppe Verdi e di Richard Wagner, ha suscitato polemiche il fatto che la Scala – il teatro simbolo di Verdi – abbia deciso di aprire la sua stagione lirica con l’opera Lohengrin di Wagner. In realtà con questa decisione il massimo teatro lirico italiano ha colto innanzitutto una opportunità. L’attuale direttore musicale del Piermarini – Daniel Barenboim – è con ogni probabilità il massimo direttore wagneriano vivente. Barenboim dunque – così come già è avvenuto in occasione dell’opera Valchiria di Wagner nel 2010 - potrà assicurare una interpretazione di assoluto valore artistico.

UN ALLESTIMENTO RICCO DI STELLE DELLA LIRICA - Il Lohengrin che il Teatro alla Scala presenterà oggi si avvale di tutti i più grandi interpreti wagneriani del momento. Oltre al direttore Daniel Barenboim, ci saranno Jonas Kaufmann e Anja Harteros: la coppia ha già interpretato il capolavoro wagneriano numerose volte: per esempio, in una celebre edizione a Monaco con il maestro Kent Nagano. Insieme ai due cantanti il direttore giapponese è considerato uno dei più accreditati interpreti di Lohengrin. Molto prestigiosa anche la presenza di René Pape, un basso che è ormai di casa alla Scala. Di assoluto rilievo è anche la scelta del regista Claus Guth. Evidente la volontà del sovrintendente del Teatro alla Scala, Stephane Lissner, di offrire un allestimento che possa diventare la nuova edizione di riferimento nella vasta discografia del Lohengrin.

LOHENGRIN E IL SUO SIGNIFICATO SPIRITUALE – Ma quale è il messaggio che Richard Wagner ci vuole comunicare con quest’opera? Il Lohengrin è un’opera dalla profonda ispirazione cristiana che trasmette un messaggio spiritualmente elevato. Un araldo del Re chiede aiuto a Dio: serve un suo intervento, per sanare un’ingiustizia. E Dio risponde, mandando un suo rappresentante a salvare l’uomo. E’ Lohengrin, il figlio di Parsifal. Il cavaliere senza macchia, custode del Santo Graal, arriva sulla terra su una navicella trainata da un cigno bianco. Lohengrin è portatore di salvezza: c’è la possibilità di cogliere la salvezza portata nel mondo. E invece no: alla fine l’uomo sceglie. E liberamente preferisce il male. Così, la fiaba ha un finale triste: addio salvezza, addio redenzione, Dio è costretto a lasciare il mondo. Con il suo messaggio quanto mai attuale quest’opera ambientata nell’Alto Medioevo è una sorta di ammonimento all’uomo di tutti i tempi: nel cuore di ogni uomo c’è il male, e il pericolo sempre in agguato che il “lato oscuro” che c’è in ognuno di noi prenda il sopravvento, sbarrando la strada a Dio e rendendo vano ogni iniziativa di salvezza. Il messaggio nella bottiglia che ci lascia Wagner è questo: di saper ascoltare l’ «araldo» che Dio invia con la sua offerta di salvezza rivolta a ognuno di noi.

LA CHIAVE DI LETTURA DEL REGISTA CLAUS GUTH – Diversa è però la chiave di lettura che del capolavoro wagneriano ha scelto Claus Guth. Il regista che metterà in scena il capolavoro il 7 dicembre alla Scala ha voluto dare una visione «laica» del capolavoro wagneriano, ispirata alla psicanalisi. Nella sua visione, Dio non esiste, ma è solo un ‘papà’ immaginario che l'uomo si è inventato nei cieli per vincere le proprie paure. Lohengrin dunque non è un inviato divino, ma è una proiezione immaginaria che nasce da una patologia emotiva di Elsa, la giovane protagonista dell'opera. Scrive Guth: «Elsa ha alle spalle una famiglia devastata. Ha perso i genitori molto presto, è scomparso il fratellino, e l'uomo che avrebbe dovuto farle da padre le si propone di colpo come marito. Una serie di traumi emotivi che scatenano in lei delle turbe visionarie. Elsa sogna l'arrivo di qualcuno che la salvi, che prenda il posto del fratello, che resti con lei. E difatti quando uno sparisce, l'altro appare. E nella sua mente confusa ecco che il fratello si trasforma in un cigno e Lohengrin nel fratello. Un fratello maggiore bello ed eroico, che può anche sposare». Ma a rovinare tutto subentra quella faccenda del nome. Il patto è che lei non chieda mai a lui chi sia e da dove venga. Divieto che, naturalmente, verrà infranto. Anche le scene di Christian Schmidt aderiscono a questa visione irreligiosa e psicanalitica. Il racconto è spostato all'epoca di Wagner, e ambientato in un interno di abitazione claustrofobico, dentro le cui mura trovano posto la natura, un albero e l'arte, un pianoforte. Un interno di famiglia borghese, dove maturano le sofferenze interiori di Elsa. Lohengrin dunque - secondo Guth - è una fiaba che rappresenta la fuga onirica e immaginaria della mente umana da un mondo fin troppo realistico e spietato.

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LE EDIZIONI STORICHE – Il Lohengrin che andrà in scena oggi alla Scala sarà capace di rivaleggiare con le grandi edizioni storiche del capolavoro: famose sono quelle di Herbert von Karajan del 1952 e del 1975 al Teatro alla Scala e a Salisburgo, quella di James Levine del 1986 al Metropolitan di New York, quella di Claudio Abbado del 1990 a Vienna e quelle di Kent Nagano a Monaco e a Berlino del 2003 e del 2008.

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