Se ne è andato Cesarino Monti, sindaco della porta accanto

Stroncato da un male incurabile uno degli amministratori più amati della Brianza. Da Lazzate la brillante carriera politica verso il Senato. Leghista "doc", recentemente si era messo in gioco candidandosi alla segreteria lombarda

Cesarino Monti

LAZZATE - Se ne è andato Cesarino Monti: uno dei grandi sindaci della Brianza. Era stato capace di trasfigurare Lazzate, trasformando una città dormitorio alla periferia di tre province, tutta cemento e asfalto, in un grazioso borgo che aveva recuperato le sue radici contadine e si era riappropriato della sua storia. Un risultato così valido che gli era valso rielezioni plebiscitarie e la creazione di granitiche giunte monocolore leghiste, l’opposizione ridotta a una presenza simbolica, e una lunga carriera da senatore.

Ora un male incurabile lo ha portato via ancora giovane: è morto ieri a 65 anni in un ospedale romano. «Abbiamo perso un marito eccezionale, un padre insostituibile, un sindaco straordinario, un politico di razza, ma soprattutto abbiamo perso un grande uomo» sono state le prime commosse parole della moglie Rosy e dei figli Andrea e Luca. Dolore anche tra i big della Lega Nord, il movimento nel quale Monti aveva percorso tutti i passi: parole di cordoglio sono giunte da Paolo Grimoldi, Roberto Calderoli, Roberto Maroni e Umberto Bossi, il vecchio leader con il quale aveva condiviso mille battaglie e con il quale poche settimane fa aveva voluto ritrovarsi a cena: un ultimo saluto tra vecchi amici.

Cesarino Monti aveva costruito la sua straordinaria politica sull’idea-forza che l’identità locale non dovesse soccombere sotto il peso schiacciante della globalizzazione. E sulla certezza che una persona non dovesse essere soffocata dalla massa. Nacque da questi valori la sua prima battaglia: il «concorso padano» che offriva una corsia preferenziale a un’impiegata comunale perché più vicina a casa. Il prefetto si oppose. Ma lui tirò dritto. Arrivò anche Bossi e insieme diedero vita a una grande manifestazione. Alla fine, la spuntò lui: l’«impiegata padana» è ancora oggi al suo posto. Altra vittoria: i cartelli del Comune con la doppia lingua: italiano e dialetto. Fu lui il primo a imporli.

Nascono da qui altri provvedimenti sempre capaci di unire la provocazione con l’astuzia intelligente del contadino padano: le strisce pedonali in colore verde; il divieto di costruire edifici di «foggia moresca» nella «sua» Lazzate; il ristorante «padano» che metteva al primo posto la luganega e il vin rus ponendo un argine contro la «dittatura di Mcdonald’s»; il cimitero dove era proibito seppellire i morti nella nuda terra e rivolti verso la Mecca (secondo l’uso islamico).

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Idee a volte al limite della stravaganza. Ma i suoi concittadini lo hanno sempre amato perché sapeva amministrare Lazzate come «un buon padre di famiglia». Forse il segreto del suo successo di sindaco era che lui amministrava Lazzate come se fosse casa sua. E chi può fare di meglio del padrone di casa?

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