Desio, la torre Ptb come albergo en plein air

L'altra sera una famiglia rom ha pensato bene di fare una tappa a Desio e di utilizzare la torre abbandonata come albergo en plein air

Panni stesi sulla torre di Desio (Foto da Facebook/Mary Fiore Mas)

Stendere i panni a trenta metri d’altezza. Sbattere la tovaglia al decimo piano. Aprire le valige nell’edificio più alto di Desio. Per provare una simile ebbrezza, una famiglia rom ha dovuto salire tanti gradini. Ma papà, mamma e due bambini non si sono persi d’animo. Mercoledì scorso li hanno percorsi tutti, uno dopo l’altro. E così sono riusciti a trovare una «camera» sulla torre del Polo tecnologico di Desio. Novanta metri di guai e di polemiche abbandonati dal 2009. Uno scheletro di ferro e calcestruzzo che si vede a decine di chilometri di distanza. Ora, utilizzato addirittura come albergo improvvisato dai nomadi.

La famigliola rom era in viaggio. Senza una meta, ca va sans dire. Ma l’altra sera, ha pensato bene di fare una tappa a Desio e di utilizzare la torre abbandonata come albergo en plein air. Fornendo, involontariamente, una personalissima idea per il riutilizzo di una struttura che è stata affidata a un curatore fallimentare e che nessuno vuole. Un tetto comodo e perfino gratuito.

La presenza dei panni stesi e delle tovaglie, a una simile altezza, ha però attirato gli sguardi dei carabinieri. I militari hanno fatto un blitz. Hanno percorso anche loro centinaia di gradini, e hanno ordinato alla famiglia di scendere. Un invito bonario: l’immediato sgombero in cambio di scongiurare una denuncia per occupazione abusiva.

Incustodita, priva di un sorvegliante, la recinzione dell’area è come un groviera. E sono in tanti a concedersi un tour a cento metri d’altezza. Qualche tempo fa, alcuni studenti sono saliti a novanta metri d’altezza e hanno appeso degli striscioni sul tetto. Alcuni teppisti sono arrivati a cinquanta metri e poi si sono divertiti a lanciare sassi. Per non parlare dei manifestanti «no Pedemontana» che hanno utilizzato la torre come quinta per i loro manifesti. Un pellegrinaggio continuo, ma anche pericoloso

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