Ucciso e “murato” per vendetta d’amore in una villa (con l'aiuto della mafia), un nuovo arresto

Dopo i quattro arresti del marzo 2019 i carabinieri dei Nuclei Investigativi di Monza e Caltanissetta hanno notificato in Riesi (CL) un’ordinanza di custodia cautelare in carcere - emessa dal GIP del Tribunale di Monza - a carico del 45enne di Riesi

Una storia d'amore finita, un'amante lasciata, un furto di gioielli da "ripagare" e un uomo ucciso per vendetta e murato (con l'aiuto della mafia) dietro una intercapedine in una villa. Poi anni dopo la scoperta del cadavere durante i lavori di ristrutturazione, le indagini e i primi arresti che hanno permesso di identificare i mandanti e gli esecutori materiali dell'omicidio a cui adesso si è aggiunto un quinto uomo.

All’alba di martedì 13 ottobre i Carabinieri dei Nuclei Investigativi di Monza e Caltanissetta, al termine di una complessa attività investigativa, hanno notificato a Riesi un’ordinanza di custodia cautelare in carcere - emessa dal GIP del Tribunale di Monza - a carico di Salvatore Tambè, 45 anni, già agli arresti domiciliari con la specifica imputazione contestata di aver fatto parte dell’associazione mafiosa “Cosa Nostra” della “famiglia di Riesi.

L’uomo è ritenuto responsabile di omicidio volontario per l’uccisione di Lamaj Astrit, scomparso nel gennaio 2013 e trovato il 15 gennaio 2019 all’interno di una intercapedine dietro un muro all’interno di una villa settecentesca in ristrutturazione a Senago.

Scomparso da anni e trovato "murato" in una villa

Da anni nessuno aveva più avuto sue notizie e Lamaj Astrit, 47enne albanese, sembrava essere scomparso nel nulla. Invece l'uomo era stato ucciso e fatto "sparire", murato dietro una intercapedine in un'abitazione. E quando a distanza di tempo, lo scorso gennaio, gli operai hanno fatto un buco in un muro per eseguire alcuni lavori di ristrutturazione, si sono trovati davanti il cadavere ormai ridotto a scheletro

La scoperta risale al gennaio 2019: nella "Villa degli Occhi" a Senago, dopo l'allarme lanciato dal proprietario, sono intervenuti i carabinieri del Nucleo Investigativo di Monza che hanno avviato un'indagine per risalire all'identità dell'uomo. Lo scorso marzo 2019 poi quattro persone - tre uomini e una donna - erano stati sottoposti a fermo di indiziato di delitto, emesso dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Monza, per i reati di omicidio e occultamento di cadavere.

Ucciso e fatto sparire con l'aiuto della mafia

Lo avrebbero attirato in Brianza, con l'inganno, facendogli credere di essere pronti a trattare con lui per affari di droga. Poi, lo avrebbero colpito, ammazzato e fatto sparire, letteralmente. Tutto soltanto perché aveva osato "offendere" la donna "sbagliata". Quella stessa donna che avrebbe chiesto aiuto ai criminali del suo paese - la Sicilia - che hanno subito risposto presente. 

In manette, in esecuzione di un fermo d'urgenza, erano già finiti una donna di sessantadue anni - una commerciante di gioielli di Genova ritenuta la mandante - e tre uomini, accusati di essere gli esecutori materiali. Insieme a loro, tutti accusati a vario titolo di omicidio premeditato e occultamento e distruzione di cadavere, nell'indagine sono finite altre quattro persone, che sono già in cella per altri motivi: tre di loro avrebbero partecipato all'esecuzione, mentre un altro avrebbe preso parte soltanto alle fasi successive, aiutando i complici a far sparire il corpo.  

La confessione del pentito siciliano

Le luci sul delitto si sono accese a ottobre 2019: quel giorno un uomo, un pentito arrestato nell'ambito di un'inchiesta della direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta, ha iniziato a confessare di aver partecipato a un omicidio avvenuto il 15 gennaio del 2013 a Muggiò.  Il cadavere della vittima, ha spiegato lo stesso collaboratore di giustizia, era stato nascosto dietro il muro di una casa di Senago, in cui in quel periodo lui lavorava come manovale per una ditta che stava compiendo alcuni lavori di ristrutturazione.  

A quel punto, gli investigatori hanno iniziato tutti gli accertamenti e a gennaio hanno recuperato il corpo e lo hanno identificato, scoprendo che si trattava di Lamaj Astrit, un albanese residente a Genova che al momento della morte aveva quarantuno anni e la cui scomparsa era stata denunciata dal fratello il 19 gennaio del 2013

Lo "sgarro" alla "donna sbagliata"

I militari, in pochissimo, sono riusciti a ricostruire il puzzle dell'orrore che ha portato all'uccisione dell'uomo, con alcuni precedenti per droga. La sua "condanna a morte", stando alle indagini, l'aveva firmata l'anno prima, quando aveva deciso di troncare la relazione con una 62enne siciliana residente a Genova da trenta anni, dove gestiva un negozio "Compro oro". 

Quella scelta non era andata giù alla ex, che lo accusava anche di averle rubato alcuni gioielli e che già anni prima aveva fatto picchiare un altro uomo che l'aveva lasciata. Così, la donna, stando alle indagini, si era subito rivolta alle famiglie mafiose di Riesi - sua città di origine - per chiedere che quello "sgarro" venisse punito. 

Gli uomini del clan Cammarata, la famiglia che storicamente rappresenta Cosa Nostra nel piccolo paesino in provincia di Caltanissetta, si erano riuniti e - secondo quanto riferito dai militari di Caltanissetta - avrebbero deciso di accogliere la richiesta della compaesana. 

La trappola e l'omicidio 

Il 15 gennaio 2013, dopo che alcuni riesini erano arrivati in Brianza, era scattato il "blitz". Lamaj era partito da Genova ed era andato in un box di Muggiò per una finta trattativa per l'acquisto di una partita di droga. Appena arrivato, sarebbe stato colpito alla testa, immobilizzato da sei persone - tutte con origini di Riesi - e strangolato con un filo di nylon. 

Il gruppo avrebbe quindi caricato il corpo in un'auto e lo avrebbe portato a "Villa degli Occhi", dove in quel momento c'erano dei lavori in corso, facendolo sparire nel pozzo dietro al muro. Ad aprire la strada agli altri sarebbe stato proprio il pentito, che all'epoca lavorava lì come operaio ed era in possesso delle chiavi della struttura. 

Quel cadavere è rimasto lì per sei lunghi anni, senza che nessuno si accorgesse di nulla e senza che killer e mandanti pagassero per quell'orrore. La loro fuga è finita mercoledì, quando i carabinieri hanno chiesto e ottenuto un provvedimento d'urgenza: uno dei killer è stato preso a Enna, mentre gli altri due sono stati fermati a Monza.

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