San Gerardo, missione salvare vite: "Qui il farmaco che cura i tumori"

Il giornale dell’Airc celebra il San Gerardo e il dottor Gambacorti-Passerini, il primo a sperimentare l’imatinib, un farmaco in grado di curare la leucemia mieloide cronica e che ha aperto una nuova era nella terapia dei tumori

L'Airc celebra il San Gerardo - Foto repertorio

Il loro unico scopo è combattere e sconfiggere un avversario che ha mille facce, una più spaventosa delle altre. Una battaglia dura che portano avanti con sacrifici e dedizione, senza arrendersi mai. Una battaglia che spesso, grazie alla perseveranza e a dei veri e propri colpi di genio, riescono a vincere. 

Perché i medici e i ricercatori del San Gerardo di Monza sono tra i migliori in Italia, nel Mondo. Perché se oggi la ricerca per la lotta al tumore è così avanti, tanto lo si deve proprio a quelle donne e a quegli uomini che ogni giorno indossano il loro camice bianco e fanno quello che sanno fare meglio: salvare vite umane. 

E’ partita da Monza, ormai venti anni fa, una nuova era della medicina: quella delle “terapie mirate” che ha permesso alla scienza di fare passi da gigante. 

E la rivoluzione ha il volto sorridente e disteso del dottor Carlo Gambacorti-Passerini, il medico del San Gerardo che due decenni fa ha iniziato a lavorare sull’imatinib, un farmaco in grado di curare una malattia fino a quel momento letale. 

“Se oggi le terapie contro il cancro sono disponibili per moltissimi malati - racconta l’Airc in un lungo articolo che celebra il dottore, il suo staff e il San Gerardo - lo si deve almeno in parte all’insolita alleanza tra un ricercatore incredibilmente determinato e un suo paziente molto particolare”.

Quel ricercatore, evidentemente, era un giovane Gambacorti-Passerini. Quel paziente, invece, è Giuliano, all’epoca un ragazzo colpito da leucemia mieloide cronica: una malattia che non lascia, anzi non lasciava, scampo. 

“La conferma della diagnosi - racconta quel ‘paziente molto particolare’ - arrivò dagli specialisti dell’Ospedale San Gerardo di Monza. Fui preso in cura nel reparto di ematologia diretto da Enrico Maria Pogliani che mi sottopose immediatamente a un breve ciclo di chemioterapia lieve”. Per Giuliano, poi, arrivò la cura a base di interferoni, che imparò a fare da solo, ma che al massimo avrebbe potuto arrestare la progressione della malattia. 

Un pizzico di incoscienza e una grandissima voglia di vivere fecero sì che le strade di Giuliano e del dottor Gambacorti-Passerini si incrociassero. “Da molti anni stavo studiando questo nuovo preparato - spiega il medico all’Airc -. Mi ero convinto della necessità di coltivare in prima persona tutte le competenze necessarie a mettere a punto in fase preclinica e poi testare in clinica un nuovo farmaco. Volevo riuscire a ottenere risultati tangibili su un tumore”. 

Detto, fatto. Il “miracolo” avviene davvero. Dal 1997, anno della prima pubblicazione sull’imatinib, al 2002, anno in cui lo studio viene pubblicato sul New England Journal of Medicine, il farmaco di Gambacorti-Passerini diventa “testato”.

I numeri parlano chiaro: ci sono oltre cinquecento malati gravi di leucemia mieloide cronica nei quali l’imatinib si era dimostrato efficace, a differenza della terapia con gli interferoni. 

E’ la svolta, resa possibile dalla voglia di lottare del dottore e dal contributo di Giuliano che, difronte alle difficoltà del medico di ottenere il preparato, si rivolse alla multinazionale farmaceutica per cui lavorava, convincendo i vertici aziendali a produrre il farmaco. 

“Grazie alla stupefacente efficacia dimostrata proprio nella leucemia mieloide cronica - evidenza il giornale di ottobre dell’Airc - l’imatinib è diventato in pochi anni uno dei farmaci più utili, oggi impiegato anche in altre forme tumorali”. Ma, soprattutto, “ha aperto ufficialmente l’era dei farmaci mirati che oggi stanno rivoluzionando la medicina”. 

Una rivoluzione che è stata possibile solo grazie alla perseveranza di un medico e del suo staff, che ancora oggi lavorano al San Gerardo di Monza, alla meravigliosa incoscienza di un paziente e alla ricerca indipendente, come quelle che l’Airc - associazione italiana contro il cancro - finanzia ogni anno. 

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