Protesta nazionale dei commercianti: Seregno «spegne» le sue vetrine

La città della Brianza, unica in Italia, ha deciso una serrata generale a sostegno di Carlo Sangalli e della mobilitazione a Roma di Rete Imprese Italia

SEREGNO Centoventi saracinesche abbassate. Centoventi vetrine spente. Avevano un’aria un po’ spettrale lunedì pomeriggio le vie commerciali del centro storico di Seregno. Non un solo negozio di proprietà, in Via Garibaldi, via Matteotti e in Corso del Popolo, è rimasto aperto.

Un gesto forte, quello dei commercianti brianzoli: Seregno è la sola città d’Italia dove – in occasione della giornata di mobilitazione di Rete Imprese Italia - i negozianti hanno deciso di chiudere. Con questa protesta una delle «città del commercio» più gettonate della Brianza ha voluto mettersi in sintonia con il presidente dell’Unione commercianti Carlo Sangalli, a Roma per far sentire la voce dei commercianti al Governo.

«E’ una voce forte, determinata, responsabile – ha detto Sangalli - di gente abituata da generazioni a pagare di persona con il proprio lavoro, ad investire le proprie risorse, a costruire e gestire attività a servizio delle persone, delle famiglie, del territorio».

«E’ stata una decisione in crescendo – ha spiegato il presidente della delegazione dei commercianti di Seregno, Dario Nobili -. Ci siamo chiesti cosa potevamo fare per dare più forza ed efficacia all’azione di Sangalli. Spegnere le insegne? Non bastava - . Chiudere due ore. Ancora troppo poco. Così, abbiamo deciso di fermarci per l’intera giornata».

Tanti i problemi da risolvere per tornare a essere quello che Sangalli ha evocato come un «Paese normale». E a dire quali sono ci hanno pensato due commercianti storici di Seregno:

«Quali sono i problemi? Siamo stanchi di ripetere che uno dei problemi è l’accesso al credito – protesta Costantino Monti, titolare di un negozio di calzature in Corso del Popolo a Seregno -. O un giovane ha la fortuna di nascere in una ricca famiglia. Oppure, non ha scelta: per aprire un negozio è costretto a far ricorso alle banche. Ma oggi questo passaggio obbligato è sempre più un terno al lotto».

Si ribella invece Mario Giambiasi, negoziante nel settore della pelletteria, all’equazione «commerciante-evasore fiscale»: «C’è chi arriva a sostenere che con l’evasione fiscale affondiamo il Paese. Mi sembra una colossale sciocchezza. Guardano la pagliuzza e non vedono la trave di grandi multinazionali che – non è un caso – sono tutte in passivo».

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Tra i problemi che affliggono i commercianti anche il crollo dei consumi dovuto alla sempre maggiore povertà diffusa: «La verità – ha ribadito Nobili – è che noi commercianti possiamo stare bene solo se tutti stanno bene».

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