Il noto critico d'arte, la galleria e la mega truffa da 20 milioni con le finte opere di Dadamaino

I carabinieri di Monza hanno scoperto un giro di finte opere della artista per un valore di 20 milioni. Dodici persone nei guai

L'organizzazione era perfetta. Ed, evidentemente, funzionante. Tre uomini approfittando della loro posizione si occupavano di certificare, mentendo, l'autenticità delle opere. Una donna "regalava" il timbro della fondazione culturale di cui era a capo per consentire la tracciabilità di quelle stesse opere. E altre tre persone, tra cui la presunta mente di tutto, avevano invece il compito finale di far girare i capolavori - naturalmente finti - per poi venderli, insieme ad altri complici.

Purtroppo per loro, però, non avevano fatto i conti con l'intuizione di un semplice appassionato d'arte, che alla fine li ha messi tutti nei guai. Dodici persone - tra esperti d'arte e proprietari di gallerie - hanno ricevuto nei giorni scorsi una richiesta di rinvio a giudizio con l'accusa di far parte di un'associazione a delinquere finalizzata alla creazione e la commercializzazione di opere false.

Il critico e la presidentessa: come funzionava la truffa

A incastrarli sono stati i carabinieri del nucleo tutela patrimonio culturale di Monza, guidati dal maggiore Francesco Provenza, che a ottobre 2014 hanno ricevuto una segnalazione da un appassionato d'arte che faceva notare l'improvvisa eccessiva presenza sul mercato di opere a firma Edoarda Emilia Maino, l'artista milanese famosa come Dadamaino. Nel giro di pochi mesi, infatti, erano stati messi in vendita 462 "Volumi", le opere che lei stessa aveva prodotto tra il 1958 e il 1961: un numero decisamente sproporzionato rispetto ai componimenti che la stessa Maino aveva potuto creare in soli tre anni.

Foto - Le finte operedadamaino-2

A quel punto i militari hanno dato il via alle indagini e hanno scoperto il giro di finte opere. A metterlo in piedi, stando agli accertamenti, sarebbero stati i tre titolari di una galleria d'arte della provincia di Milano. Al loro fianco ci sarebbero stati tre componenti dell'archivio Dadamaino - tra cui il presidente, uno stimato e conosciuto critico d'arte - che avrebbero "testimoniato" l'autenticità dell'opera.

L'ultimo passo lo avrebbe poi fatto la numero uno di una nota fondazione culturale milanese, che avrebbe concesso il proprio timbro alle opere per dare un'ulteriore, finta, certificazione. Quindi, il resto del lavoro lo facevano i proprietari della galleria Milanese e di altre due - di Asti e Lodi - che avrebbero messo in commercio i finti capolavori. 

Le finte opere esposte in giro per il mondo

I "Volumi" - stando a quanto accertato da militari e inquirenti - sono stati esposti in musei di Londra, New York e Parigi e sono stati venduti ad appassionati, collezionisti e imprenditori a cifre che variano tra i 20mila e i 60mila euro, per un giro di affari totale stimato di oltre venti milioni di euro. 

Proprio gli uomini del nucleo tutela patrimonio culturale sono riusciti a mettere le mani su novanta delle 462 opere, che tre periti nominati dai pm - un grafologo, un restauratore e uno storico dell'arte - hanno certificato essere false. 

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«I finti "Volumi" - ha spiegato il maggiore Provenza - erano di buona qualità, ma non altissima». Eppure, tanto è bastato ai dodici uomini per portare a casa oltre venti milioni di euro. 

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