Kamel, il tunisino che odiava l'Italia e sognava di essere martire di Isis

Kamel Ben Hamida, trentotto anni, tunisino, è stato espulso martedì dalla Brianza. Desiderava farla pagare a sua moglie e progettava il martirio

Kamel inneggiava all'Isis - Foto Infophoto

Aveva un nome banale per le sue origini, Kamel. Una vita comune. Giornate trascorse a cercare un’occupazione e, molto spesso, un tetto di fortuna per la notte. Non aveva nulla o quasi, Kamel. Aveva ancora meno da quando sua moglie, italiana, lo aveva lasciato, portandosi con sé i loro due bambini. Eppure, davanti allo schermo di un pc diventava un leone, Kamel. Un leone in gabbia pronto a rompere le sbarre per farla pagare all’Italia, all’Occidente e, soprattutto, a quella donna che - secondo lui - gli aveva tolto tutto.  

Eppure sua moglie di colpe non ne aveva. No. Perché già in passato Kamel Ben Hamida, il tunisino trentottenne espulso martedì dall’Italia perché ritenuto un potenziale jihadista, aveva avuto problemi con altri musulmani. Non con i cristiani, quelli che lui riteneva suoi nemici. Ma con donne e uomini che credono nel suo stesso Dio e che professano la sua stessa religione. 

Ad esempio, il centro islamico di via Ghilini a Monza, dove Kamel era arrivato dopo aver frequentato la moschea di viale Jenner a Milano, lo aveva messo - e neanche tanto cortesemente - alla porta. Lì, nessuno aveva accettato i suoi continui richiami al Califfo dello Stato islamico e all’odio verso Occidente e cristiani. 

E così, il trentottenne era diventato sempre più solo. E sempre più convinto che il martirio in nome di Allah, e contro l’Italia, fosse una cosa giusta. Gli 007 italiani che hanno indagato su di lui hanno intercettato “frasi inequivocabili” che Kamel avrebbe scambiato su Facebook e altre chat con alcuni jihadisti, uno dei quali sembra impegnato al confine con la Siria con le milizie dell’Isis. 

La prima a cadere sotto i suoi colpi sarebbe dovuta essere sua moglie, colpevole di voler convertire i suoi due figli al Cristianesimo: un’onta inaccettabile per Kamel. Poi, sarebbe stato il turno dell’Italia e dell’Occidente. 

Il tunisino, titolare di un regolare permesso di soggiorno, covava rancore, accresceva rabbia e si “formava” e informava in diversi alloggi tra Carnate e Usmate Velate, nonostante la sua residenza ufficiale fosse a Vimercate. In alcune case, quasi di fortuna, passava ore al pc, tra siti jihadisit e chat che gli consentivano di tenersi in contatto con “foreing fighters” che come lui non avevano mai nascosto la passione e la fedeltà per il Califfato dello Stato islamico. 

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Quello stesso Stato per il quale Kamel, un uomo banale e folle, era pronto a compiere il martirio. Nel nome di Allah e nel nome dell’Isis. 

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