Violentata in classe a scuola in Brianza, Stella scrive al presidente Mattarella

La lettera affidata alla scrittrice Cristina Obber e consegnata in occasione del 25 Novembre.

Violentata in classe dai compagni, Stella, otto anni dopo scrive al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, per raccontare che cosa sia davvero la violenza, testimoniare le ferite che scava dentro e implorare di fermarla. Nella giornata internazionale contro la Violenza sulle Donne il 25 Novembre, a Roma, a Montecitorio, anche una Donna brianzola ha fatto sentire la sua presenza, partecipando alla cerimonia con la Presidente della Camera Laura Boldrini e affidando ad una lettera inviata alla scrittrice Cristina Obber la sua testimonianza.

Una normale giornata a scuola, l'assemblea di classe, il solletico con i compagni, le risate e poi quel gioco che si trasforma in un incubo. Un'umiliazione, una violenza fisica e psicologica che le avrebbe tolto il sonno, l'appetito e la voglia di ridere ancora.

"Avevo 15 anni Presidente. Frequentavo la prima liceo artistico a Besana Brianza. Un giorno durante l'assemblea di classe, senza insegnanti presenti, un gruppetto di tre compagne e un compagno cominciano a farmi il solletico e mi spingono contro la parete dell’aula. Ridono, rido anche io, mi ritrovo a terra. A quel punto le tre ragazze mi immobilizzano braccia e gambe e il ragazzo mi alza la maglia e poi il reggiseno, e sento freddo, e poi mi sbottona i jeans, li abbassa. Io ho smesso di ridere ma non riesco a liberarmi. Vedo le facce degli altri compagni che guardano allibiti tutti intorno ma nessuno mi aiuta".

Questo racconta Stella al Presidente Mattarella nella lettera per denunciare ogni tipo di violenza sulle donne. Stella, che oggi è una donna sposata, ripercorre attimo per attimo quello che è successo in un'aula del liceo artistico di Besana Brianza otto anni fa e chiede giustizia. 

"Otto anni per una sentenza, Presidente, otto anni. Otto anni per sentirci dire che quelle ragazze e quel ragazzo erano nell'età della stupidera e non si erano resi conto di quello che avevano fatto e che qualche mese di attività di volontariato avrebbe sitemato tutto. Nessun risarcimento. Una voragine, Presidente, di rabbia, impotenza, abbandono. La sensazione di non valere niente. Perchè io non cercavo vendetta, io cercavo una giustizia che mi dicesse che non era giusto quello che mi era stato fatto".

"Quella sentenza mi ha fatto sentire in colpa. Mi ha fatto alzare un muro, ero impassibile a tutto, avrei paradossalmente potuto sopportare qualsiasi cosa. Succede così quando vieni umiliata nel profondo, pensi di non meritarti niente di che e accetti altre forme di violenza perché sono niente rispetto alla più grande (...) Perché quella sentenza dice che è stata una ragazzata e dunque qualcosa che se riaccade non è la fine del mondo. Per questo riaccade, da qualche parte, ogni giorno. Invece, Presidente, quanto ti capita, è la fine di un mondo che non sarà mai più come prima, è il sipario che cala, è il buio". 

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La lettera

La lettera intergrale si può leggere su Lettera Donna a cura di Cristina Obber

Avevo 15 anni Presidente. Frequentavo la prima liceo artistico a Besana Brianza. Un giorno durante l'assemblea di classe, senza insegnanti presenti, un gruppetto di tre compagne e un compagno cominciano a farmi il solletico e mi spingono contro la parete dell’aula. Ridono, rido anche io, mi ritrovo a terra. A quel punto le tre ragazze mi immobilizzano braccia e gambe e il ragazzo mi alza la maglia e poi il reggiseno, e sento freddo, e poi mi sbottona i jeans, li abbassa. Io ho smesso di ridere ma non riesco a liberarmi. Vedo le facce degli altri compagni che guardano allibiti tutti intorno ma nessuno mi aiuta.

Mi dimeno, ma loro sono più forti e il ragazzo mi abbassa anche le mutande. Non capisco cosa stia succedendo. Mi tocca il seno. Quando la sua mano fa per scendere riesco a tirare fuori una forza che mi sembra sovrumana e mi libero dalla presa. Scappo nel bagno della scuola in lacrime e telefono a mia madre. Lei arriva, andiamo dalla preside; io sono in stato confusionale, una prof mi ha soccorsa vedendomi in lacrime, disperata. La preside cerca di minimizzare e ci chiede di non denunciare. Io non so che fare, sono terrorizzata, mi fido di mia madre e andiamo dai carabinieri.

Non mi voglio dilungare, presidente, sappia che non ho mai più messo piede in una scuola, che mi sono rinchiusa in casa, che ho avuto crisi di panico, problemi di depressione che a 18 anni sarebbero esplosi in un forte esaurimento di quelli che non puoi guidare e smetti di mangiare. Che i miei compagni pur di non mettersi contro il gruppo dei forti, avevano detto di non aver capito cosa stesse succedendo, eppure io ero lì quasi nuda e non c'era tanto da capire. Che il gruppo mi minacciava di morte se non avessi ritirato la denuncia, non farti trovare in giro, mi scrivevano, o ti tagliamo la gola; che mia madre è stata attaccata da una delle loro madri perchè la denuncia avrebbe rovinato la figlia. Che la preside faceva pressioni dicendo che forse il mio racconto era esagerato. Che mio padre non voleva rendere pubblica la cosa e, guarda caso, mia madre lo aveva lasciato perchè era un uomo violento.....

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