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Una delle opere dell'artista Ale Senso per una campagna sul tema (Foto Facebook)

Una delle opere dell'artista Ale Senso per una campagna sul tema (Foto Facebook)

I lividi sul corpo e quelle ferite che non si vedono, la violenza non va in lockdown

Sono state una cinquantina le donne che durante la scorsa primavera hanno chiesto aiuto al Cadom, il centro antiviolenza di Monza. Per molte il lockdown si è trasformato in un incubo di lividi, minacce e botte. I numeri

Gli asciugamani zuppi di acqua e di rabbia per colpire, con ferocia, senza lasciare lividi. Per infierire sul corpo ma ferire anche l'anima. Perche qui i colpi continuano a fare male anche quando le botte sono passate. Una telefonata come altre: dall'altra parte una voce che chiede aiuto per uscire dal tunnel della violenza domestica. Una delle tante chiamate che arriva al Cadom (Centro Aiuto Donne Maltrattate) di Monza che dal 1994 è al fianco delle donne contro ogni abuso.

"Ci sono giornate in cui il telefono squilla continuamente e altre invece in cui non riceviamo telefonate" spiega Luisa Nava, 59 anni, monzese, operatrice del centro antiviolenza di via Mentana da undici anni. Di volti lividi rigati dal pianto, di corpi pieni di ematomi e di segni ne ha visti tanti: più di duecento solo nell'ultimo anno. Tante anche le voci che ha ascoltato raccontare l'inferno vissuto spesso tra le mura domestiche, magari davanti ai figli per mano di compagni e mariti violenti o di padri o fratelli. Storie di violenza ma anche di riscatto: una rinascita che per tante donne è iniziata proprio dal centro di via Mentana dove oltre alle volontarie - una quarantina - pronte ad ascoltare lavora una squadra composta anche da psicologhe e legali che si occupano di consulenze ma anche di cause penali e civili.

La violenza purtroppo non si ferma: i numeri

Nei primi sei mesi del 2020 sono state 123 le donne che hanno chiesto aiuto al centro antiviolenza di Monza e molte lo hanno fatto soprattutto nei mesi neri della pandemia quando il lockdown e la convivenza forzata in casa in alcuni casi aveva trasformato le mura domestiche in una vera e propria "prigione". Sono state 55 infatti le donne che tramite incontri, mail o telefonate tra marzo e maggio hanno denunciato abusi e violenze alle volontarie di cui quasi la metà vittime "nuove". "Adesso ci troviamo in una situazione per certi aspetti simile e stanno ricominciando a chiamarci persone che ci avevano già contattato a marzo ma poi non si erano più sentite pronte per iniziare un percorso" ha spiegato Cristina Rubagotti, responsabile del Cadom di Monza. "In un solo giorno ci hanno contattato in due, due donne che avevano alzato il telefono anche mesi fa".

E proprio durante la scorsa primavera il Cadom grazie a una mail di un uomo, conoscente della donna vittima di violenza, aveva eccezionalmente chiesto l'intervento degli agenti della Questura per riuscire, con una scusa, a contattarla e a offrirle la possibilità di denunciare il suo aguzzino che non le consentiva di avere alcun rapporto con l'esterno, facendola vivere prigioniera tra le mura domestiche e riempendola di botte. In questura la donna, convocata con la scusa fittizia di un problema relativo al permesso di soggiorno, c'è andata ma dietro di lei c'era anche il compagno violento. E il colloquio avuto da sola con gli agenti che le hanno offerto aiuto per lasciarsi alle spalle questa situazione non è stato sufficiente a farle decidere di mettere fine a quell'incubo. E il primo passo verso una vita nuova è proprio la donna a doverlo fare.

Il centro non va in lockdown e resta al fianco delle donne

Nonostante le chiusure e le limitazioni imposte dall'epidemia il centro anche durante il lockdown ha continuato a essere un punto di riferimento per chi ha bisogno di aiuto. "Il lockdown ci ha messo alle strette con molte difficoltà: abbiamo meno volontarie operative perchè molte sono a rischio come età e abbiamo meno spazi a disposizione" racconta Cristina Rubagotti. "Non possiamo usare i salottini per i colloqui perchè troppo piccoli e inadatti alle nuove misure di distanziamento e utilizziamo solo la sala grande e questo comporta la programmazione di meno incontri e per il resto utilizziamo molto la tecnologia per i colloqui da remoto".

Ma il problema maggiore riguarda soprattutto le collocazioni delle donne in case-rifugio: "In questo momento mettere in regime di protezione una donna è difficile perchè le case sono sovraffollate e per l'ingresso bisogna sottoporsi a un periodo di quarantena" spiega la responsabile del Cadom. "Servirebbe una soluzione simile agli hotel covid con un luogo da individuare per accogliere le donne prima della loro sistemazione in una casa ma la burocrazia ha tempi lunghi". Invece la violenza esplode improvvisa. E l'incubo inizia spesso senza prevviaso, soprattutto quando ogni riferimento esterno viene a mancare come durante lo scorso lockdown e le restrizioni attuali.

Il silenzioso grido d'aiuto delle donne durante il lockdown

Il lockdown, con la convivenza forzata tra le mura domestiche, ha portato a un aumento di situazioni familiari ciritiche dove a rimetterci sono sempre le donne. Secondo i dati ufficiali le chiamate al 1522 in Italia sono aumentate del 70% nel periodo delle chiusure legate alla pandemia: il 42% denunciano casi di violenza, il 19% chiede supporto di tipo sociale o psicologico (altro dato in costante crescita). Solo nei primi dieci mesi del 2020 121 sono stati gli interventi per maltrattamento effettuati dalle forze dell'ordine a Monza e Brianza, 55 gli atti persecutori, 38 le violenze sessuali, 5 gli episodi di adescamento di minori e uno relativo a prostituzione minorile.

A essere vittima di violenza, secondo le statistiche, è una donna su tre. Madri, mogli, sorelle e amiche che spesso nascondono i lividi sotto i vestiti e la tristezza dietro allo sguardo. Tra queste anche madri ormai nonne, anche ultraottantenni. "Sono aumentate le richieste da parte di donne anziane spesso picchiate dai mariti da una vita oppure dai figli. "Uomini che hanno tra i 40 e i 50 anni che non hanno ancora trovato una stabilità lavorativa e affettiva che in un momento critico come quello del lockdown esplode in rabbia e violenza" spiega Luisa Nava. "Durante lo scorso lockdown a chiederci aiuto, con una telefonata, è stata una donna di 85 anni" racconta Cristina Rubagotti. "Non era in una situazione di disagio fisico ma psicologico, sottoposta alle pressioni patrimoniali non solo del marito da cui si era allonatana ma anche dei figli". E aveva bisogno di essere ascoltata.

In altri casi invece le vittime sono le madri con figli adolescenti che - magari dopo aver assistito per anni alle violenze del padre - ora le ripropongono. La violenza poi non conosce classe sociale. "Più alta è la scala sociale e più i comportamenti violenti assumono tratti di sadismo" sintetizza Luisa. "Le donne che appartengono a livelli sociali alti, magari delle professioniste affermate, fanno ancora più fatica a uscire dal tunnel della violenza perchè temono di essere disconosciute dalla società a cui appartengono". "Ho accompagnato donne nelle case-rifugio piene di lividi in faccia ma gli uomini picchiano sopratttto dove non si vede, dove non si lasciano tracce" conclude Luisa, monzese, che ha scelto di essere una delle voci amiche del Cadom undici anni fa per offrire un supporto alle donne ed "essere di esempio" a sua figlia. 

Minacce, botte e violenza psicologiva: come chiedere aiuto

"Da noi la segretezza è garantita" spiega Luisa Nava che da anni ascolta i racconti e le richieste di aiuto delle donna che cercano di ricominciare e lasciarsi la violenza alle spalle. "Accompagnamo le donne in un percorso di accoglienza con colloqui che di solito si tengono ogni tre settimane sempre con le stesse operatrici. A volte serve un mese e altre volte un anno: non c'è una scadenza, le donne vengono qui fino a che ne hanno bisogno per acquisire consapevolezza e riconquistare la propria autostima" spiega Luisa. Spesso sono proprio le operatrici ad accompagnare le donne a sporgere denuncia contro i loro aguzzini e il centro offre anche consulenze e informazioni sugli eventuali percorsi legali che è possibile intraprendere. 

Per contattare il Cadom, così come tutti gli altri centri antiviolenza sul territorio, basta una telefonata (039/2840006) o una mail. Esiste il numero verde 1522 che è supportato anche da un’app gratuita “1522” attraverso la quale poter chattare riservatamente con le operatrici. In caso di necessità o pericolo si deve contattare il 112 per un’interlocuzione diretta con le forze dell’ordine. Nell'area di Monza e Brianza sono disponibili anche i centri antiviolenza della rete Artemide a Monza, Desio, Vimercate, Brugherio, Lissone e Seregno negli orari di apertura o al numero di reperibilità 342.7526407 dalle 18.00 alle 9.30 nei giorni feriali, il sabato dopo le 12 e h24 domenica e nei giorni festivi.

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