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Tanguietà nel Benin, 21 gen/2 feb 2018
Il Benin è un dito di terra d’Africa grande un terzo dell’Italia, compresso tra Nigeria e Togo e con un affaccio sul golfo di Guinea; una popolazione di 7 milioni e mezzo di abitanti; l’economia basata su agricoltura di sussistenza e poche piantagioni di cotone, a ricordare che quella un tempo era la “Costa degli schiavi”. E sulla costa a sud c’è Cotonou, appunto, la capitale. Tanguieta è a nord, a 600 km circa. È stata questa la zona più bisognosa di assistenza, indicata dal Governo ai Fatebenefratelli per fondare l’ospedale di Saint Jean de Die, nel 1970.
La struttura è sostenuta economicamente tra gli altri da GSA, Gruppo Solidarietà Africa Onlus, ed è incaricata della medicina preventiva del territorio, con campagne di vaccinazioni e per le norme igieniche di base.
L’ospedale accoglie pazienti da tutte le zone limitrofe. Visite e ricovero sono a pagamento, ma il servizio è comunque meno caro di quello pubblico, che in pochi si possono permettere. Buona parte delle attività svolte ruota attorno alla maternità: nascita, cura infantile e della neomamma. 2200 parti all'anno e una mortalità materna altissima. Statistiche ufficiali nazionali parlano di 405 casi su 100000 (in Italia 6 su 100000), ma persino in ospedale il tasso è di 2000 su 100000.
La maternità ha 50 letti di degenza; all’occorrenza vengono aggiunti materassi a terra. E in più i posti in chirurgia per le donne operate di fistole ostetriche, una complicazione dolorosa ed imbarazzante dei parti tradizionali: dopo 6-7 giorni di travaglio, che provocano un distacco della vescica, le neomamme soffriranno per sempre di grave incontinenza e per questo ripudiate da mariti ed emarginate dalla società. Specialisti volontari arrivano periodicamente dall’Europa per operarle. Fra Fiorenzo, missionario medico, racconta ”Quando dopo l’intervento guariscono la loro gioia è incontenibile. E molto commovente”.

Giulia, una volontaria, fa una perfetta sintesi di questo posto
“Tanguietà è villaggio africano, è colori, odori, bambini. Ma Tanguietà è anche ospedale africano, malati, famiglie, affetti. Spesso villaggio e ospedale si fondono insieme. Le famiglie iniziano a vivere dentro l’ospedale; e i bambini malati girano per il villaggio... Tanguietà accoglie tutti, e le vite di noi bianchi, i “Baturè” , si uniscono alle vite della gente del posto, che sorride, saluta, invita a casa. Si creano legami, ci si rispetta, ci sia aiuta, ci si scambia tradizioni.
Tanguietà è anche terra rossa, sabbia, alberi: verdi manghi da cui cogliere i frutti con un bastone, enormi baobab in cui è possibile entrarci.
Ho passeggiato nel villaggio, ho vissuto nell’ospedale, ho mangiato, dormito, giocato, camminato con loro. Ogni porta mi è sempre stata aperta: mi salutano, mi sorridono, mi invitano a casa.
Ho girato con la moto, ho avuto terra rossa sui vestiti per giorni. Ho colto i manghi e sono entrata dentro a baobab. Tanguietà è un altro mondo, ma è sempre una casa”

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