Maltrattamenti invisibili, parole, azioni e interazioni violente nei rapporti interpersonali

A qualche giorno di distanza dal 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza, e dall’incontro “Sconfiggere la violenza sotto ogni forma” tenuto dalla dottoressa Lucia Chiarioni (PSICOTERAPEUTA SPECIALIZZATA IN EMDR E PSICOTERAPIA SENSOMOTORIA) presso Doc Lounge Cafè di Vedano al Lambro, bisogna riflettere su quanto sia importante continuare a parlare, informando e formando le persone, del tema violenza, sia essa fisica che psicologica.

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di MonzaToday

A qualche giorno di distanza dal 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza, e dall’incontro “Sconfiggere la violenza sotto ogni forma” tenuto dalla dottoressa Lucia Chiarioni (PSICOTERAPEUTA SPECIALIZZATA IN EMDR E PSICOTERAPIA SENSOMOTORIA)  presso Doc Lounge Cafè di Vedano al Lambro, e fortemente voluto dalla signora Tina Aprea, bisogna riflettere su quanto sia importante continuare a parlare, informando e formando le persone, del tema violenza, sia per quel che concerne la violenza fisica, visibile e attestabile, sia portando alla luce tutte quelle forme di abusi e maltrattamenti invisibili che conducono a subire vessazioni e rabbie immotivate, alternate a silenzi ostili e/o parole pungenti,  forma subdola d’abuso che risale alla notte dei tempi, e che lascia profonde ferite psicologiche, come ben ha esposto la Dottoressa L. Chiarioni durante la conferenza e con la presentazione del suo libro D'Amore Non Si Muore.

Dall’incontro abbiamo potuto rilevare che questa forma di violenza, per lo più invisibile, nasce molto probabilmente dagli eterni sentimenti di amore e odio che coesistono spesso all’interno delle relazioni umane, siano esse di amore, professionali o di amicizia. Un comportamento a volte crudele che conduce la persona che subisce la violenza a dubitare di se stessa e dei suoi giudizi sulla realtà, divenendo così confusa, e sentendosi colpevole o sbagliata.

La maggior parte di litigi e discussioni avvengono sempre in ambiti affettivi importanti, come la famiglia, la relazione amorosa o con gli amici più cari. Discutere con il partner o i familiari è normale ma quando la rabbia diviene esplosiva e dannosa per gli altri può anche essere molto pericolosa. In alcuni casi basta veramente poco, un ritardo all’appuntamento, un messaggio non corrisposto, una telefonata mancata, per provocare delusione, rabbia che sfocia infine in una lite molto accesa, in cui si possono dire parole o commettere azioni per le quali in seguito ci pentiremo amaramente. Generalmente sono sempre le persone a cui teniamo, a cui vogliamo bene quelle che ci fanno innervosire e arrabbiare maggiormente per comportamenti e modi che magari riteniamo sbagliati. A questo punto si possono imboccare due strade, distinte e ben separate: la prima è quella che viaggia sul binario del dialogo e del confronto pacato che porta al chiarimento di forme, modi e comportamenti che a nostro giudizio ci hanno urtato, mentre la seconda è rappresentata da  comportamenti di chiusura, sproloqui  violenti, arroganti e maleducati  che riescono a far emergere il peggio, quello che mai emergerebbe in altre situazioni o rapporti più superficiali.

In situazioni come queste non sarà facile sedare l’iracondo, magari parlando e motivando l’accaduto, perché chi, anche inconsapevolmente, abusa di comportamenti verbali violenti segue inevitabilmente le sue convinzioni, verità e logiche, ignorando e offendendo il punto di vista altrui. In alcuni casi, durante un litigio, esploso con una vera e propria crisi di collera eccessiva e inappropriata, la rabbia fuoriesce in modo esplosivo, non è mediata da analisi o ragione e spesso e volentieri vengono messi in campo comportamenti che mirano a isolare, offendere e distruggere la persona e la relazione stessa, con frasi e verità presunte “vomitate addosso”: si ferisce, si umilia e si offende pesantemente la persona cara, si dicono cose orribili e si minaccia velatamente di mettere in atto azioni o di porre fine al rapporto. Nell’ambito di queste esplosioni di rabbia e collera si possono anche usare azioni fisicamente aggressive o comportamenti ritorsivi ( per esempio fare qualcosa per ripicca, non considerare l’altro e pensare ai propri interessi e personalismi, attuare silenzi e comportamenti ostili, oppure rivelare confidenze ricevute) che a lungo andare segnano irrimediabilmente la condanna alla fine della relazione, perché quando le umiliazioni feriscono in modo così profondo non si ha più la forza di reagire, perché viene a mancare la sicurezza nella fiducia reciproca.

La violenza psicologica, le minacce e le percosse non sono più semplici discussioni ma si trasformano in reati. La Dott.ssa Lucia Chiarioni e tutto lo staff del C.P.P.A ( Centro di Psicoterapia e Psicotraumalogia Avanzate) ideatrice del Metodo Stay With Us© per la cura dei pazienti con Dissociazioni Strutturali e traumi dell’attaccamento, altra pubblicazione del 2015, accoglie anche le persone della famiglia che hanno problemi di gestione della rabbia.

La persona irascibile, collerica, che ha poco o nessun controllo della rabbia è spesso inconsapevole degli effetti psicologici distruttivi che le sue reazioni provocano sugli altri ed è anche poco consapevole delle reali motivazioni che scatenano la rabbia stessa. Nella quasi totalità dei casi l’iracondo incontrollabile dopo il violento sfogo chiede scusa al malcapitato e vorrebbe che tutto tornasse come prima, che la persona cara dimenticasse tutte le offese subite. Tuttavia, le cicatrici nell’anima di chi subisce divengono sempre più profonde: il familiare, partner o l’amico di chi è violentemente irascibile comincia a maturare un disagio e un blocco emotivo sempre più grande. Questo capita perché alla fine si smascherano quelle forme di adulazione e di sottile violenza narcisista  che si nascondono falsamente nel nome dell’amore e dell’ amicizia, e anche il rapporto d’amore più profondo, la bontà, generosità, altruismo e spiritualità che caratterizzano sempre  un rapporto di vera amicizia, dove l’unico vantaggio viene dall’ amore reciproco, dalla stima e dal rispetto,  alla fine si sgretolano.

In alcuni casi il rapporto diviene asimmetrico e può trasformarsi in un  vero e proprio maltrattamento, dove inizialmente chi subisce silente, cioè la vittima, nemmeno realizza di subire una violenza psicologica. E’ a questo punto che il maltrattatore cerca di mettere in dubbio le impressioni, i ragionamenti e le sue azioni realmente perpetrate. Non c’è infatti cosa più facile a questo mondo di convincere chi ci circonda o anche una sola persona, che la sua intuizione o visione della realtà dei fatti e dei rapporti interpersonali è errata e distorta. Infatti basta negare a toni alti o provocatori che niente di ciò che è realmente successo e a cui si è partecipato sia mai accaduto, basta camuffare i fatti, convincere che quel che è stato detto e fatto in realtà non è mai avvenuto, intimidire e accusare di aver dimenticato il bene ricevuto, inventando o manipolando problemi, basta convincere l’altro che l’interpretazione che ha è sempre e comunque errata, deformando parole e intenzioni, basta far sentire l’altro perennemente vittima, a caccia di nemici e fantasmi immaginari. Per attuare tutto questo, basta veramente poco.

In tutte queste situazioni chi occupa la posizione di vittima difficilmente riesce ad accorgersi della violenza psicologica subita perché in certe situazioni relazionali si sviluppa un meccanismo psicologico che tende a negare, nascondere la visione della realtà, soprattutto se poco gradevole. Il carico di ansia e repressione di chi consapevolmente accetta di essere vittima di maltrattamento psicologico diventa giorno dopo giorno sempre più grande, e se poi questa violenza subdola proviene da chi si ama, stima e si considera amico non è così facilmente metabolizzabile a livello emotivo, perché risulta altrettanto difficile accettare che qualcuno che dovrebbe stimarti, volerti bene ed essere spiritualmente vicino, proprio perché condivide lo stesso cammino, debba invece usare coercizione mentale e violenza invisibile.

Tutte queste esperienze possono trasformarsi in traumi emotivi e psicologici conducendo chi è vittima di violenza psicologica a divenire irritabile, insicuro, ansioso e a volte aggressivo, perché inizialmente le colpe di questo disagio profondo non vengono mai attribuite a chi maltratta, ma bensì a sé stessi, alla propria sensibilità. Chi maltratta, invece, quasi sempre alimenta questi dubbi, il più delle volte scrollandosi da responsabilità, inveendo con frasi del tipo “ nessuno ti ha obbligato o trattenuto”, arrivando infine ad accuse del tipo “ sei pazzo/a, depressa e impotente davanti alla vita”.Si arriva al punto che chi maltratta nega l’aggressione a piena voce, con frasi innocenti che colpiscono i punti deboli di chi subisce, insinuando il sospetto che sia davvero instabile: negando l’aggressione tutto viene scaricato sulla vittima, che continua a subire. Questo tipo di rapporto viene spesso definito in psichiatria come violenza “perversa”, insidiosa poiché indiretta ma di una potenza distruttiva elevata. Chi si trova soggiogato da gesti e modi violenti, bistrattato da urla e parole di discredito e umilianti, viene pian piano fatto a pezzi emotivamente, e senza capirne il perché, la vittima prende su di sé, come agnello sacrificale, tutte le insicurezze e frustrazioni di chi aggredisce. L’aggressore così facendo evita quel rapporto introspettivo con il proprio io e tutte le responsabilità e conflitti interiori derivanti. Chi umilia cela la propria debolezza, chi manifesta ostilità nega e scompare quando si allude alla stessa.

I motivi di comportamenti simili non saltano subito all’occhio con evidenza, chi aggredisce sistematicamente si rifiuta di affrontare, di parlare di ciò che non va, e questo rifiuto sistematico conduce la vittima in un labirinto, in cerca di un’uscita e di una soluzione, e, non trovandola, alla fine si paralizza, si blocca in una sorta di paralisi emozionale.  L’abuso psicologico prende forma pian piano, con minacce che non vengono intese da subito come tali, restan velate, con critiche verso la personalità del maltrattato, accuse e ricatti morali, nascondendo poi questi atteggiamenti aggressivi con altrettanti gesti affettuosi, fraterni, compassionevoli, che disorientano l’aggredito. Chi aggredisce, chi usa violenza verbale e psicologica è generalmente un essere insicuro, che vive nel grigiore, limitato, a cui manca equilibrio affettivo e princìpi etici, in sostanza soffre di  comportamenti affettivi disturbati

Da quanto emerso durante la conferenza della Dottoressa L. Chiarioni, si evince quanto sia importante porsi sempre delle domande, riflettere quando non si è felici e soddisfatti della propria vita, così come bisognerebbe sempre fare se c’è un conflitto o malessere in ogni tipo di rapporto. Alcuni atteggiamenti, modi di fare, comportamenti di autoritarismo estremo, ovvero tutti quei linguaggi verbali e non verbali che caratterizzano le persone, possono attivare dei campanelli d’allarme, ma bisogna anche sottolineare che spesso chi è violento nei comportamenti è anche abile nella manipolazione della realtà: all’inizio del rapporto affettivo sembra essere la persona più bella al mondo, pronta a dare, sempre presente, che sostiene, piacevole e affidabile. Inizialmente si conquista l’affetto ma pian piano la situazione cambia, i modi e gli atteggiamenti diventano vessatori, arroganti, violenti, tanto che giorno dopo giorno riesce a danneggiare e rendere l’altra persona insicura e sempre più fragile. Sottomettere, urlare, prevaricare danno una sensazione di potenza a queste personalità, che si convincono così di essere invincibili. Queste forme di violenza sottile, invisibile, giocano su meccanismi psicologici particolari, sul fatto che chi subisce spesso e volentieri non si aspetta di ricevere insulti, urla o  male gratuito, restando inevitabilmente spiazzato. La violenza verbale che sfocia in violenza e abuso psicologico non è caratteristica di un determinato stato sociale, o di chi ha più o meno strumenti culturali; non è possibile tracciare un identikit preciso della vittima di un rapporto squilibrato, probabilmente ad esserne maggiormente vittime sono tutte quelle persone che ingenuamente hanno una visione più aperta, affettuosa e amorevole verso il prossimo, amici spirituali, altruisti e benevoli risultano i più vulnerabili. Il violento, invece, è chi, forse anche inconsapevolmente, per compensare frustrazioni, sensi di inferiorità, insoddisfazioni profonde e mascherate, cerca di conquistare potere e autorità sulla vittima.

E con questa tipologia di legami, costruiti su dinamiche sbilanciate, i danni che ne derivano sono enormi, purtroppo il più delle volte sottostimati dalla nostra società oramai liquida. Nelle coppie unite da un “legame disperante”, ossia, da un legame che non rende felici ma dal quale diviene impossibile separarsi, spesso i ruoli (vittima-carnefice) sono interscambiabili e il circuito violento ricomincia.

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