Aborto, in Brianza la pillola Ru486 non si usa: i dati

La denuncia del Partito Democratico. E in Regione Lombardia verrà discussa una mozione di Sel

Ospedali e aborti: in Brianza la Ru486 non viene utilizzata

Scoppia la polemica in regione Lombardia sugli aborti negli ospedali. Tutto nasce da una ricerca sul campo effettuata dal Partito Democratico per verificare la reale applicazione della legge 194 del 1978, quella che regola le interruzioni volontarie di gravidanza, e l'utilizzo del farmaco Ru486 autorizzato in Italia dal 2009. 

E in provincia di Monza-Brianza non viene praticata l'interruzione di gravidanza farmacologica. I dati parlano chiaro: a luglio 2016 si contavano 984 interruzioni di gravidanza nei nosocomi brianzoli (San Gerardo, Desio, Vimercate e Carate/Giussano), di cui nemmeno uno con la pillola Ru486. «Nelle province di Monza-Brianza e di Sondrio l'interruzione farmacologica è totalmente preclusa o comunque non utilizzata. Notiamo che le politiche della regione non favoriscono la Ru486: in Lombardia passa troppo tempo tra la certificazione e l'esecuzione dell'interruzione e spesso scadono i 49 giorni utili per effettuare quella farmacologica», dichiara Enrico Brambilla, capogruppo in consiglio regionale del Pd. 

In tutta la regione, l'utilizzo della Ru486 è al 6,6% contro percentuali ben più alte di Liguria (40,3%), Piemonte (32,5%) ed Emilia Romagna (25,8%).

Per quanto riguarda l'obiezione di coscienza, i ginecologi obiettori sono tra il 70 e il 79%; a Vimercate e al San Gerardo tra il 60 e il 69%; a Carate Brianza meno del 50%. 

E la consigliera regionale di Sel, Chiara Cremonesi, ha presentato una mozione (che verrà discussa martedì 4 aprile al Pirellone) proprio sull'aborto: «Maroni e la sua maggioranza hanno il dovere di intervenire - dichiara Cremonesi - realizzando soluzioni organizzative che consentano, nel rispetto di quanto previsto dalla legge, la garanzia di accesso al servizio. Non è oltremodo accettabile in una Lombardia che voglia definirsi civile vedere ogni giorno compromesso il diritto alla salute e all’autodeterminazione delle donne, spesso sacrificato sull’altare di una politica regionale che ha compiuto sulla loro pelle scelte ideologiche».

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