Lega di lotta sul territorio? Maroni: "Potremmo lasciare Roma"

L'ex ministro dell'Interno non smentisce e rimanda la questione a fine giugno, ma il timore di una debacle spingerebbe per una decisione di rottura che faccia riguadagnare credibilità

Roberto Maroni (fonte: Facebook)

MONZA - Via da Roma, via dal Parlamento e tutti a 'lavurà' sul territorio, al Nord. L'ipotesi della Lega di non presentarsi alle prossime elezioni politiche (quelle italiane, per intenderci) acquista sempre più credito. Roberto Maroni non la smentisce e rimanda la questione "al congresso" federale di fine giugno. Ma la tentazione del Carroccio di ritirarsi 'sull'aventino padanò per superare il momento di crisi è sempre più forte. Nel movimento l'idea ha dato vita ad un dibattito acceso.

PROVOCAZIONE? - La provocazione non è nuova: lo stesso Umberto Bossi l'aveva indicata in passato come opzione per spingere Roma a trattare sul federalismo. L'idea, però, si basava su due condizioni: conquista dei governi locali e forte seguito tra gli elettori. La prima è soddisfatta. La Lega può contare su centinaia di sindaci ed amministratori locali, e sopratutto i governatori di Piemonte e Veneto sono suoi. Ma è la seconda condizione che viene meno: i sostenitori leghisti sono in calo. E' questa la critica che alcuni parlamentari lumbard presentano al progetto, seppur rimandando la questione al congresso federale di luglio.

OSTACOLI - L'idea di 'abbandonare' Roma si presta anche ad una lettura cattiva. La Lega, se fosse confermato il trend delle ultime amministrative, difficilmente alle prossime elezioni potrà confermare il numero di deputati di questa legislatura, ovvero 60 deputati e 26 senatori. E poi tanti amministratori locali ambiscono ad un posto in Parlamento. Meglio a questo punto far saltare tutto. In Parlamento, a Roma, negli altri partiti la 'mossa' viene spiegata con la storia della "Volpe e l'uva": "Dicono che non vogliono presentarsi - spiega un parlamentare - perché sanno che nessuno li vota".

LE REAZIONI - Il partito comunque è in subbuglio. Le uscite di alcuni esponenti di rilievo hanno causato più di qualche malumore. A molti non sono piaciute le parole di Flavio Tosi su Bossi. Questo clima potrebbe aver dato la stura alla candidatura del senatore Cesarino Monti per la segreteria della federazione lombarda in contrapposizione a quella del maroniano Matteo Salvini. Il senatore, che mercoledì ha firmato la nota contro Tosi, potrebbe a sorpresa raccogliere anche l'appoggio di qualche maroniano che non vede di buon occhio l'ascesa di Salvini e al quale preferiva l'altro maroniano Giacomo Stucchi.

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VENETO - In Veneto la situazione è ancora fluida. La candidatura di Tosi è per il momento l'unica certa. Il candidato maroniano deve vincere la resistenza di cerchisti e bossiani. I primi, con la deputata Paola Goisis in testa ("l'ultima giapponese", l'ha definita Tosi) promettono battaglia. I secondi sono divisi sull'opportunità di candidare uno tra Gianantonio Da Re (di Treviso) e Massimo Bitonci (di Padova), o appoggiare l'idea di una candidatura unitaria con Tosi. Sono questioni legate anche alle appartenenze territoriali: si deve trovare una sintesi tra le istanze veronesi, vicentine, padovane e trevigiane. Sulla questione veglia la triumvira Manuela Dal Lago che vuole evitare frizioni autolesioniste. In Emilia in pole è il candidato maroniano Fabio Ranieri. Maroni osserva con attenzione quel che accade e richiama tutti all'ordine: Ora l'emergenza - spiega il triumviro - è "trovare nuove e concrete risposte alla questione settentrionale".
(ANSA)

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