Detenuto si suicida in cella a Monza: la dura legge del carcere

Aveva 50 anni ed era un collaboratore di giustizia. Sovraffollate, sporche, umide e piene di muffa: sono le carceri italiane, e quello di Monza non fa eccezione

MONZA -  La civiltà di un paese si misura dalle sue prigioni. Morire di carcere, in Italia, anno 2012, si può. E non nel sud, all'Ucciardone, a Poggioreale. A Monza, dove una struttura  disegnata per 400 reclusi ne accoglie il doppio. Martedì un detenuto campano ha tentato il suicidio nell'istituto di pena cittadino: nonostante l'intervento della polizia penitenziaria e del personale medico, il 50 enne è spirato tra i letti dell'ospedale brianzolo. Il SAPPE, sindacato di polizia penitenziaria, segnala che si trattava di un collaboratore di giustizia.

SEMPLICI COINCIDENZE? - Ignote le ragioni del gesto. Forse si è sentito abbandonato dallo Stato, come l'imprenditore che martedì sera ha minacciato di buttarsi dall'Arengario dopo aver denunciato i suoi estorsori ed essere finito sul lastrico. O forse non ne poteva più della vita carceraria. Non stupirebbe, visto che  nei giorni immediatamente successivi al subentro a Palazzo Madama la neo senatrice Anna Mancuso ha presentato come primo atto un'interrogazione al ministro della Giustizia per verificare le condizioni igieniche dell'istituto monzese: freddo, muffe, umidità, celle sovraffollate. Un problema che affligge tutta la penisola.

Mancuso del resto non è sola:  sabato 24  e domenica 25 gli avvocati della Camera Penale di Monza hanno organizzato "Cella in piazza", un'installazione in Arengario che mostra come si vive (in tre) in una stanza di quattro metri per due. Numeri che spiegano quanto sia facile in queste condizioni frequentare una vera e prorpia università del crimine e ingrossare le file dei recidivi, quelli che "lasciano la giacca in galera" per tornare a riprenderla periodicamente.

LA LEZIONE DI BECCARIA? "STIAMO PEGGIO" -  Gran parte dei detenuti ospitati nelle patrie galere è in attesa di giudizio; molti sono stranieri, tanti sono tossicodipendenti o senza fissa dimora, condizione questa che rende impossibile ricorrere agli arresti domiciliari a meno di riscontrare la disponibilità di una persona o di una comunità terapeutica ad accoglierli. «Il carcere in Italia non è più costituzionale» - commenta  in un'intervista recente  rilasciata all' Avanti Angiolo Marroni, Garante per i Diritti dei detenuti del Lazio. «La pena - spiega  Marroni - è diventata solo punizione. Leggendo  'Dei delitti e delle pene' di Cesare Beccaria viene da sorridere: oggi succedono fatti peggiori di allora». Beccaria però scriveva nel 1764, quando la Rivoluzione Francese non era ancora compiuta e ai criminali si tagliava la testa.

ABUSI ED ERGASTOLO - Non bastassero le carenze strutturali, ci si mette la cronaca, che purtroppo spesso supera l'immaginazione. E' di questi giorni la notizia di un insospettabile sacerdote brianzolo accusato di aver preteso prestazioni sessuali dai detenuti in cambio di qualche pacchetto di sigarette e di uno spazzolino da denti. Immaginarsi.

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Ma c'è un ultimo stadio, l'ultimo, da cui non si fa ritorno. Il girone dantesco  dei disperati termina con gli ergastolani, la categoria del "fine pena: mai". Sull'ergastolo, e in particolare su quello ostativo previsto per reati efferati, è tuttora acceso il dibattito. Nessuno spazio ai benefici di legge: vietati  permessi premio, affidamento in prova e lavoro all'esterno. Il caso di Carmelo Musumeci è ritenuto emblematico: entrato in carcere con la sola licenza elementare,  in cella si è laureato in giurisprudenza diventando autore di tre libri. Chi e come decide se una persona è cambiata? Non tutti i detenuti lo sono, e non basta certo una laurea a dimostrarlo. Ma è un'altra delle domande che attendono risposta.

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