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"Il covid mi ha messo al tappeto: ho dovuto imparare di nuovo a camminare"

Il racconto di Matteo Salvemini, ex pugile e preparatore atletico. Un mese di ricovero al Sacco di Milano, non riusciva più a muovere le gambe e le braccia

“Ragazzi il covid è una brutta bestia. Non sottovalutatelo, anche se siete giovani e forti. Quando vi prende vi mette al tappeto: e ve lo dico io che sono stato un atleta, che continuo a praticare sport, e che sono un preparatore atletico di pugilato. Non fumo da oltre dieci anni e non ho patologie pregresse”. A parlare è Matteo Salvemini, 67 anni, che lavora a Monza. Matteo è appena uscito dall’ospedale: ora è nella sua casa a Bollate con la moglie, finalmente ha potuto rivedere i suoi tre figli. Ma Matteo se l’è vista brutta: ha visto la morte in faccia e ha deciso di raccontare la sua storia a MonzaToday e di lanciare un appello ai ragazzi affinché rispettino tutte le precauzioni.

"Un mese in ospedale e la paura di essere intubato"

Matteo il 16 febbraio è stato ricoverato al Sacco di Milano, direttamente in terapia intensiva e con il casco cpap. “Da qualche giorno non ero in forma – racconta -. Mi sentivo stanco, spossato. Non era normale per me che da una vita sposto le montagne. Quel giorno ricordo che mi moglie disperata mi ha obbligato ad andare in ospedale”. La donna – poi risultata anche lei positiva e ricoverata per due settimane - spaventata nel vedere quell’uomo forte e possente stanco e con il respiro affannoso, gli ha gridato: “Matteo andiamo in ospedale oppure chiamo i carabinieri”. Arrivati al Sacco i medici hanno capito subito che la situazione era seria. “Sono finito immediatamente in terapia intensiva e lì è iniziato il mio calvario – prosegue  -. Quello che ho vissuto in un mese di ospedale non lo auguro neppure al mio peggior nemico. Ho capito subito che la situazione era grave, ho avuto paura ma ce l’ho messa tutta. Quel casco l’ho tenuto in testa per tre giorni, lottando e sperando che me lo togliessero il prima possibile. Il medico me lo ha detto: Matteo se con il casco non migliori ti dobbiamo intubare”. Ogni giorno le lastre del torace, quei polmoni scuri che ormai erano stati intaccati dal virus.

"Mi lavavano e non avevo forza nelle gambe e nelle braccia"

“Poi pian piano le mie condizioni sono migliorate, mi hanno tolto il casco e mi hanno attaccato all’ossigeno – continua -. È iniziata la riabilitazione ma è stata lunga. Mi sentivo uno straccio: non riuscivo a stare in piedi, a muovere le braccia, a fare semplici gesti”. Si emoziona quando ricorda quei momenti: lui che ha sempre fatto lavori di forza era debole e non riusciva neppure a stare in piedi. “Ero un bambino a letto al quale bisognava insegnare di nuovo tutto – prosegue -. Ogni giorno venivano i fisioterapisti a farmi fare ginnastica per riprendere il tono muscolare delle braccia e delle gambe. In un mese ho perso 10 kg. Gli infermieri e le oss mi hanno seguito amorevolmente: lavato, aiutato, ascoltato. Nel cuore della notte bastava una richiesta di aiuto che accorrevano subito. I medici sono stati angeli”. Non sono state settimane facili. “Accanto a me un altro paziente intubato. Quando sono uscito dall’ospedale non si era ancora svegliato….”.

"Quando bevo il caffè mi sembra acqua calda"

Ma la battaglia non è ancora finita. “Adesso finalmente sono a casa, ma è dura. Sono ancora debole, mio figlio mi aiuta a tenermi in forma, facendomi fare la cyclette. Esco il minimo per prendere una boccata d’aria e vedere il sole”. Nei prossimi giorni chiamerà a raduno i suoi atleti: tutti con la mascherina e le dovute precuazioni. “Li voglio vedere in faccia. Devono diventare testimoni: inviare un messaggio di rispetto delle regole, del distanziamento, della igienizzazione della mani. Devono dire ai loro coetanei che gli aperitivi e gli assembramenti in questo momento non si possono fare. Il covid non è uno scherzo, io ho rischiato di morire e anche adesso che sono a casa non è facile: se bevo un caffè mi sempre acqua calda, un goccio di vino sembra aceto. Ma per fortuna sono fuori dall’ospedale”.

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