"Non faceva male la fame ma quello che eravamo costretti a vedere": ecco che cosa è stato il Covid in corsia

Oltre la metà degli infermieri soffre di attacchi d’ansia e di panico. Il NurSind ha raccolto la testimonianza di una infermiera che lavora in un ospedale brianzolo

Foto di repertorio

I solchi della mascherina e degli occhiali protettivi sul viso immortalati in tanti scatti in corsia, negli ospedali della Lombardia, hanno fatto il giro del mondo. Con i segni - fisici - dello tsunami Covid sotto gli occhi di tutti. Quello che il virus ha lasciato nella testa e nell'animo di quanti ogni giorno sono stati costretti a conviverci però non si può vedere solo con gli occhi. L'esperienza della pandemia, dopo mesi di turni massacranti a guardare la morte in faccia e provare a salvare vite, ha lasciato solchi profondi nel vissuto di tanti medici e infermieri. 

La paura del contagio, il costante pensiero alla famiglia, l'assistenza a pazienti che morivano - da soli - nell'arco di un quarto d'ora, con un repentino peggioramento del quadro clinico. Senza che la medicina, la scienza e nessun manuale potesse cambiare il corso delle cose. A raccontare che cos'è stato vivere in prima persona l'inferno del Covid in un ospedale della Brianza è stata un'infermiera che - con la garanzia dell'anonimato - ha rilasciato un'intervista al NurSind, il sindacato degli Infermieri.

“Oltre la metà degli infermieri che hanno vissuto e lavorato nell’inferno del Covid-19 adesso soffrono di attacchi di ansia e panico e assumono ansiolitici. Anche io, non lo nego, la sera prima di andare a letto prendo le gocce per cercare di riposare” rivela la donna.

“Abbiamo visto l’inferno, episodi e storie che rimarranno indelebili nella nostra mente come quella del  ragazzino di 12 anni al quale il Covid aveva già intaccato il cuore”. O ancora una madre di 47 anni che ha chiesto di poter avere un telefono per chiamare la sua bambina e sentire per l'ultima volta la sua voce, salutandola prima di morire. Storie e vite che il Covid, in pochi attimi, ha stravolto e distrutto. Che ora pesano come macigni anche addosso a chi per mesi, tutti i giorni, le ha avute sotto gli occhi. 

“Ho visto un paziente cenare senza problemi e morire poco dopo per un’embolia polmonare” racconta l'infermiera brianzola.  “Su 20 pazienti Covid ciascuno aveva sintomi ed evoluzioni diverse della malattia. C’era chi dopo quaranta giorni riusciva a camminare, chi invece faceva ancora fatica a muoversi e a respirare”.

“Non faceva male dover trattenere la pipì o non mangiare; faceva male quello che ogni giorno eravamo obbligati a vivere e a vedere” ha spiegato la donna. L’emergenza sanitaria sembra essere stata ormai superata ma gli infermieri non sono ancora pronti a ritornare in corsia e soprattutto, qualora dovesse arrivare una seconda ondata, rivivere quanto accaduto durante la pandemia. “Non vogliamo soldi, non chiediamo mance – continua -. Siamo stanchi, abbiamo bisogno di riposare, le promesse che ci erano state fatte di riposi e recuperi non sono mai state mantenute. Finita l’emergenza sanitaria siamo ritornati il giorno dopo nei nostri reparti. Qualora succedesse un’altra emergenza le ferie estive non sono garantite; siamo stati precettati se in autunno dovesse tornare una seconda ondata della pandemia. Una parte degli infermieri assunti durante l’emergenza, scaduto il contratto, sono andati via”.

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Adesso resta un fardello enorme da portare e un disperato bisogno di quotidianità. “Pochi giorni fa ho fatto una passeggiata in centro con mia figlia; abbiamo trascorso un bel pomeriggio tra shopping scolastico e commissioni. Alla fine mi ha detto: mamma, oggi è il giorno più bello della mia vita”.

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