'Kamel era incazzato con il Mondo, i fedeli lo hanno subito allontanato'

Parla Selim Fouad, il direttore del centro islamico frequentato dal tunisino considerato un potenziale terrorista: “Noi siamo stati i primi ad allontanarlo”

Il centro islamico frequentato da Kamel

Ad allontanarlo erano stati proprio loro. Loro che vestono alla sua stessa maniera, loro che pregano alla sua stessa maniera, loro che credono nella sua stessa Fede. Non quei Cristiani che lui avrebbe voluto uccidere in un martirio nel nome di Allah, ma i musulmani. I suoi fratelli. Perché kamel Ben Hamida, il trentottenne tunisino espulso dalla Brianza perché considerato un potenziale jihadista, aveva perso tutto. Non aveva più una famiglia, non aveva quasi più una casa e di certo non aveva più una Fede, almeno come la intendono quelle trecento persone che per decine di volte hanno pregato spalla a spalla con lui nel centro islamico di via Ghillini a Monza. 

Secondo la Digos, avrebbe voluto fare una strage, Kamel. Un martirio per vendicarsi di sua moglie, italiana, “colpevole” di voler educare i due loro figli secondo le regole del Cristianesimo, e per punire l’Italia e l’Occidente contro cui aveva iniziato a nutrire un odio profondo e smisurato. 

Una sete di sangue, quella di Kamel, nata nel chiuso della sua casa di fortuna tra Carnate e Usmate davanti allo schermo di un computer, con gli occhi e la mente rivolti alla propaganda dello Stato Islamico del Califfo Abu Bakr al Baghdadi. Quella sete di sangue, però, non ha mai trovato complici nel centro islamico di Monza, che per Kamel non è mai diventato un rifugio sicuro. 

“Sì, ha frequentato il nostro centro”, ammette a MonzaToday senza nascondersi Selim Fouad, direttore del centro islamico di Monza. “Qui da noi è venuto per cinque o sei mesi, non di continuo. Ma ha frequentato anche la stazione, il bar, ha frequentato tanti luoghi”. 

E’ proprio in quei cinque o sei mesi che i musulmani di Monza hanno imparato a conoscere Kamel. E hanno imparato a non ascoltarlo, ad allontanarlo. “Parlava, chiacchierava tanto - confessa Selim -. Purtroppo in questo momento non ci si fida di nessuno, ma lui era uno che parlava davvero tanto. Non è un esperto, la ‘cultura’ che ha l’ha creata attraverso Google. Era uno incazzato con tutti, un uomo con problemi familiari, uno incazzato con il mondo”. 

Un uomo solo, Kamel. Un uomo arrabbiato. Un uomo indottrinato via internet, sembra anche da alcuni foreign fighters impegnati nelle milizie dell’Isis al confine con la Siria. Un mix tremendo che in pochi mesi ha trasformato un tunisino di trentotto anni, noto anche nella moschea milanese di viale Jenner, in un aspirante martire nel nome del jihad. 

“Veniva sempre da solo - ricorda Selim Fouad -. Faceva la preghiera, prendeva un caffè, magari, e poi usciva”. E tra la preghiera e il caffè, Kamel sputava a voce alta il suo odio per la moglie italiana, per l’Italia e per l’Occidente. 

Tanto che - rivendica il direttore del centro - “sono stati direttamente i fedeli che gli hanno detto di andar via. Quando ha continuato a fare certi discorsi che andavano contro la linea del centro, noi abbiamo deciso di allontanarlo”. 

Quello è stato l’ultimo passo della “carriera” del trentottenne venuto dalla Tunisia. L’allontanamento dal centro ha insospettito la Digos italiana che ha iniziato a tenerlo d’occhio, a leggere le sue conversazioni farneticanti su Facebook. A chiudere la scia ci ha pensato il volo che martedì pomeriggio ha riportato Kamel in Tunisia. Con il suo carico d’odio e rancore, che in Italia, a Monza, non ha trovato appoggi. 

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