La violenza sulle donne non va in lockdown: l'urlo delle operatrici lasciate sole a lottare

Covid e lockdown mettono in crisi il lavoro dei centri antiviolenza, che comunque non si ferma. L'appello di ActionAid: "Serve subito un fondo di emergenza con risorse aggiuntive"

Una delle opere dell'artista Ale Senso per il progetto "Closed 4 women"

Sono state quasi abbandonate, proprio loro che per "vocazione" sono al fianco di chi è convinta di essere da sola. Sono state quasi dimenticate, proprio loro che sono sempre pronte ad esserci per tutte. Sono stati quasi accantonate, messe immaginariamente in lockdown. Ma loro, nonostante tutto, non hanno mai smesso di esserci perché la violenza sulle donne in lockdown non ci è mai andata.

È il destino delle operatrici dei centri antiviolenza e delle case rifugio lombarde, che da marzo a oggi hanno dovuto fare i conti con nuovi nemici: il coronavirus e il disinteresse di parte delle istituzioni. I loro problemi sono stati raccolti nel report “Tra retorica e realtà. Dati e proposte sul sistema antiviolenza in Italia" curato e pubblicato da ActionAid, associazione che gestisce diversi Cav in giro per il Paese e che ha monitorato l'attuazione del "Piano antiviolenza 2017-2020" con un focus sulla risposta all’emergenza covid-19 in Lombardia. 

La regione "ha pagato il prezzo più alto in termini di contagi e decessi in Italia a causa del covid-19, ma nonostante tutto i centri antiviolenza non si sono mai fermati, anzi: la pandemia ha dimezzato il numero delle volontarie - soprattutto quelle di età medio alta considerate a rischio - perché ammalate o in quarantena, aumentando anche fino alle 24 ore la reperibilità di quelle rimaste in servizio. E a questo si sono aggiunte problematiche di carattere economico che hanno reso ancor più difficile svolgere un servizio essenziale per la comunità", spiegano da ActionAid.

Pochi soldi, pochi Dpi, pochi progetti

I problemi da affrontare sono stati tanti: "La scarsità di dispositivi di protezione individuale, distribuiti solo in pochissimi casi dalle istituzioni locali come a Brescia, l’obbligo di sanificazione degli ambienti, la mancanza o l’impossibilità di fare tamponi sono stati i primi ostacoli che le operatrici dei centri lombardi hanno dovuto affrontare. Tra il 2015 e il 2019 lo Stato ha assegnato alla Lombardia 10,8 milioni di euro, per il 2019 la Regione ne ha erogati solo 580mila", sottolineano dall'associazione. 

Ma è evidente che quei soldi non bastano, tanto che molti centri hanno dovuto fare affidamento su raccolte fondi e donazioni perché il lockdown - quello di marzo prima e quello per la seconda ondata adesso - è evidentemente uno dei momenti più a rischio per le donne maltrattate, che si trovano costrette a stare in casa con i loro uomini, violenti. “Questi fondi sono del tutto insufficienti perché coprono solo una minima parte delle numerose attività che vengono portate avanti dai Cav e per di più sono destinati ai progetti annuali - precisa Sara Modora, coordinatrice dell’Associazione Aiuto Donna di Bergamo -. È necessario uscire dalla logica della progettualità annuale e dare maggiori risorse perché abbiamo dimostrato che i soldi li utilizziamo per le donne e non li buttiamo dalla finestra”. 

“Molte di noi sono state colpite direttamente dall’epidemia covid-19. La prima fase dell’emergenza ha drasticamente ridotto il numero delle volontarie, ma la preoccupazione più grande era la ricaduta sulle donne. È stata necessaria una riorganizzazione interna per gestire i carichi di lavoro ma ne siamo uscite più forti perché questa situazione ci ha unito molto”, dice Greta Savazzi, operatrice dell’Associazione Mia di Casalmaggiore, cercando di trovare un lato positivo nella situazione drammatica vissuta da tutte le operatrici dei centri.

Le vittime in "gabbia"

Con la sospensione delle attività in presenza fino a maggio, a causa del primo lockdown, operatrici e volontarie hanno fornito supporto alle donne da remoto - via telefono e online - o almeno ci hanno provato perché hanno dovuto fare i conti con strumenti inadeguati o con la presenza, nella stessa casa delle vittime, del loro marito e compagno. 

“Ad aprile – spiega Cristina Rubagotti, direttrice del Cadom di Monza - volevamo prepararci al fatto che le donne sarebbero tornate con una serie di bisogni materiali tipo come pago le bollette? Dove lascio i figli? Così abbiamo vagliato tutte le possibilità che potevamo offrire con i nuovi decreti e li abbiamo raccolti nell’opuscolo «Ti informa. Distanti ma non sole: la vita quotidiana in tempi di Coronavirus», una guida pratica per spiegare le misure di sostegno al reddito, le nuove scadenze delle tasse, i bonus spesa e altre informazioni utili messe a disposizione dalle istituzioni nazionali, regionali e locali e come accedervi”.

Le istituzioni sorde 

E i problemi non sono finiti. "Problematica è stata soprattutto l’accoglienza in emergenza nelle case rifugio, da sempre caratterizzata da una cronica mancanza di spazi. Nonostante la circolare del 24 marzo inviata dal Ministero dell’Interno alle Prefetture in cui si chiedeva di trovare alloggi alternativi, nessuna istituzione locale ad eccezione di quella di Pavia ha risposto, lasciando alle operatrici la ricerca di strutture esterne come b&b, alberghi e appartamenti messi a disposizione da conoscenti", denunciano da ActionAid. 

"In alcune aree - proseguono - i centri hanno avuto estrema difficoltà anche a contattare i servizi sociali, le forze dell’ordine, gli uffici giudiziari e i Tribunali per i minori". Una sorta di circolo vizioso di mancanza di fondi e disinteresse che ha costretto le operatrici ad arrangiarsi con quello che avevano. 

“L’augurio - conclude Sara Modora - è che a breve si possa accedere con più facilità ai tamponi per offrire una accoglienza senza ostacoli e garantire un’adeguata protezione alle donne. Ci si deve rendere conto che se non si mettono in atto misure ad hoc, il rischio che le donne perdano l’autonomia acquisita durante il difficile percorso di uscita dalla violenza è molto alto". 

Per questo da ActionAid è partito un appello per chiedere alle istituzioni di "creare un fondo di emergenza con risorse aggiuntive e prontamente disponibili e cabine di regia locali che garantiscano efficacia e coordinamento per le reti territoriali". Perché la violenza sulle donne, quella no, non va mai in lockdown. 
 

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