Scandalo protesi, bufera sulla sanità a Monza: tre ortopedici brianzoli arrestati

Nell'ambito dell'operazione "Disturbo" sono finiti in manette Fabio Bestetti, Claudio Manzini e Marco Valadè

Denaro, cene, viaggi e altri "favori" in cambio dell'acquisto di protesi commercializzate dalla società Ceraver e impiantate nei pazienti durante interventi chirurgici effettuate in strutture private convenzionate con il sistema sanitario nazionale. Corruzione, associazione a delinquere e falso ideologico in atti di ufficio: queste a vario titolo le accuse di cui dovranno rispondere le ventuno persone indagate nell'ambito dell'indagine "Disturbo", condotta dalla Guardia di Finanza di Milano coordinata dalla Procura di Monza

L'inchiesta "Disturbo"

L'inchiesta, denominata "Disturbo" dal nome in codice con cui i rappresentanti di una società monzese che commercializza protesi, la Ceraver Italia, chiamavano il denaro corrisposto ai medici o agli ortopedici coinvolti per ottenere favoritismi nell'acquisto di prodotti, ha portato all'esecuzione di ventuno misure cautelari. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, una società monzese attiva nella commercializzazione di protesi medicali, la Ceraver, sarebbe riuscita, tramite l'attività posta in essere da un responsabile commerciale e agenti di commercio, a convincere chirurghi operanti in strutture private convenzionate con il Sistema Sanitario Nazionale ad acquistare per gli interventi prodotti e protesi della società stessa, tramite il pagamento di un "disturbo", cioè di una somma in denaro concordata e di altre varie forme di remunerazione tra cui cene, regali, viaggi e biglietti aerei.

Medici arrestati, i nomi

In carcere sono finiti gli ortopedici brianzoli Fabio Bestetti, Claudio Manzini e Marco Valadè, assieme al promoter di Ceraver Marco Camnasio - considerato il vero ‘dominus’ del meccanismo criminoso  e Denis Panico, responsabile commerciale della multinazionale francese con sede italiana a Monza. 

Arresti domiciliari, invece, per altri ortopedici e medici di base, nove in totale: Filippo Cardillo di Boltiere, Fabio Peretti di Ispra, Francesco Alberti di Fasdinovo, Carmine Naccari Carlizzi, Michele Massaro e Andrea Pagani - tutti e tre di Milano -, Paolo Ghiggio di Ivrea, Davide Cantù di Lecco e Lorenzo Panico di Salerno. Per Ivano Caracciolo, residente a Bologna, è scattato l'obbligo di dimora.

Altri sei camici bianchi  sono indagati a piede libero e sospesi dalla professione: si tratta di Michele Bonanomi di Merate, Marco Mandelli di Dalmine e Francesco Mangiardo di Cologno al Serio, Stefano Rosino di Varese, Olga Franchini di Lecco e Aniello Iannaccone di Capiago Intimiano.

Le indagini

Le indagini sono iniziate in seguito a un esposto presentato da un dipendente operante all'interno del Policlinico di Monza che ha sollevato dubbi riguardo alla gestione dell'acquisto di protesi per interventi chirurgici all'interno della struttura privata convenzionata con il sistema sanitario nazionale all'interno della quale qualcuno operava mettendo davanti alle esigenze terapeutiche dei pazienti il proprio personale interesse. Così, in seguito alla segnalazione, sono iniziati gli accertamenti che hanno portato il personale della Guardia di Finanza ad accedere ai dati relativi alla Sanità disponibili a livello regionale. I riscontri hanno evidenziato che in alcune strutture private convenzionate con il S.S.N. emergeva un numero elevato di pazienti sottoposti a interventi chirurgici per installazione di protesi, molti dei quali provenienti da fuori regione. Grazie alle intercettazioni telefoniche, ambientali e a servizi di osservazione e pedinamento gli inquirenti sono riusciti a ricostruire l'attività indebita che coinvolgeva i rappresentanti, i medici chirurghi e i medici di base. Tra i chirurghi arrestati figurano due medici operanti per il Policlinico di Monza e la Clinica Zucchi. 

Al centro del giro di corruzione che il Prucuratore di Monza, Dottoressa Luisa Zanetti, ha definito un vero e proprio "mercimonio della funzione pubblica" c'erano anche i medici di famiglia che rappresentavano un elemento strategico per l'ampliamento del bacino di pazienti da sottoporre ad interventi chirurgici, privilegiando il reclutamento di quelli provenienti da altre regioni proprio perchè le prestazioni nei confronti dei pazienti extra-regionali non sono soggette ai tetti sui rimborsi fissati dalla normativa regionale. Per aumentare il numero dei soggetti a cui impiantare le protesi, dietro il pagamento di un compenso illecito, i medici mettevano i loro studi medici a disposizione dei chirurghi ortopedici individuati dai venditori i propri ambulatori. In questo modo, i medici di famiglia, oltre a ottenere un compenso fisso dai venditori pari a circa 300 euro mensili, otteneveno dagli ortopedici una somma pari al 20 per cento circa di quanto corrisposto dal paziente. 

I medici chirurghi inoltre oltre al "disturbo" in denaro ottenuto per il compiacente acquisto delle protesi da impiantare, percepivano, come previsto, una quota di partecipazione al "D.R.G.", spettante ai medici per le prestazioni sanitarie pubbliche eseguite e per ogni intervento eseguito associato all'impianto di protesi presso una clinica convenzionata con il S.S.N., che oltre a una base mensile prevede un corrispettivo che oscilla tra il 10 e il 15 per cento sul fatturato prodotto e rimborsato dal SSN per ciascun episodio di ricovero in convenzione che si aggira, nello specifico caso, tra gli 11 e i 13mila euro. 

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Ad aggravare le accuse nei confronti di alcuni dei medici chirurghi c'è anche il capo di imputazione relativo al falso in atti di ufficio in quanto, al fine di aumentare il numero di interventi e quindi di remunerazioni relative all'acquisto compiacente di protesi e di compartecipazione al D.R.G.,molti medici chiedevano a propri colleghi di attestare falsamente la propria presenza in sala operatoria come secondo operatore durante gli interventi di impianto di protesi, violando le disposizioni regionali che impongono la presenza di due chirurghi durante gli interventi. 

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